L'incontro di mercoledì a Washington tra i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca e i vertici dell'amministrazione statunitense si è svolto in un clima definito “franco ma costruttivo”, ha confermato una distanza politica profonda e tutt'altro che colmabile nel breve periodo. Al centro del confronto, ancora una volta, la visione del presidente Donald Trump, che ha rilanciato con forza l'idea che la Groenlandia debba finire sotto il controllo degli Stati Uniti per ragioni di sicurezza nazionale.
Poche ore prima dell'inizio dei colloqui, Trump aveva ribadito sui social che gli Stati Uniti “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale”, arrivando a sostenere che la NATO dovrebbe “guidare il processo” per consentire a Washington di ottenerla. In caso contrario, secondo il presidente, l'isola rischierebbe di cadere sotto l'influenza di Russia o Cina, uno scenario che ha definito “inaccettabile”.
Al tavolo dei negoziati sedevano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio per gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt. L'obiettivo ufficiale era discutere il futuro della Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca e parte integrante del sistema di sicurezza della NATO.
Il tono politico dello scontro era però già evidente anche sul piano simbolico. Mentre l'incontro era probabilmente ancora in corso, la Casa Bianca ha pubblicato su X un'immagine provocatoria che mostrava due possibili destini per la Groenlandia: da un lato un luminoso scenario con la Casa Bianca, dall'altro tempeste apocalittiche associate a Cina e Russia (immagine in alto). Una comunicazione che non è passata inosservata e che ha irritato le controparti europee.
La risposta groenlandese non si è fatta attendere. I rappresentanti dell'isola negli Stati Uniti e in Canada hanno replicato sui social con una domanda diretta: “Perché non chiedete a noi?”, ricordando come una percentuale molto bassa della popolazione locale sia favorevole a diventare parte degli Stati Uniti, oltre al fatto che un recente sondaggio Ipsos/YouGov per Reuters ha rilevato che l'ennesima folle richiesta di Trump è considerata assurda anche dall'80% degli americani.
Al termine dell'incontro, l'ambasciata danese ha annunciato una conferenza stampa per fare il punto. Rasmussen ha chiarito senza giri di parole la posizione di Copenaghen: la Danimarca è arrivata a Washington con la volontà di trovare un terreno comune con gli Stati Uniti. Il confronto è stato diretto, ma le differenze restano. Per la Danimarca, la sicurezza a lungo termine della Groenlandia è garantita all'interno dell'attuale quadro istituzionale e di alleanze. Qualsiasi proposta che non rispetti l'integrità territoriale dell'isola è “totalmente inaccettabile”.
Nonostante ciò, Rasmussen ha confermato che il dialogo continuerà. Le parti hanno concordato la creazione di un gruppo di lavoro ad alto livello che si riunirà nelle prossime settimane, segnale che nessuno vuole chiudere definitivamente la porta.
Vivian Motzfeldt ha adottato una linea altrettanto chiara. Rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti è possibile, ma questo non significa in alcun modo accettare di essere “posseduti” da Washington. La Groenlandia, ha spiegato, ha mostrato con precisione quale sia il perimetro del dialogo, sottolineando che l'interesse comune è “trovare il percorso giusto”, non subire soluzioni imposte.
Sul fronte della sicurezza, Rasmussen ha ridimensionato l'allarme lanciato da Trump, affermando che non esiste una minaccia immediata da parte di Cina o Russia che la Danimarca non sia in grado di gestire nell'attuale contesto.
Il messaggio finale di Copenaghen e Nuuk è netto: collaborazione sì, pressione no. Gli Stati Uniti restano un partner chiave, ma solo nel rispetto delle linee rosse fissate da Danimarca e Groenlandia. Il confronto è aperto, ma l'idea di una Groenlandia sotto controllo americano, almeno per ora, resta fuori discussione.


