“C’è un limite che il confronto politico non dovrebbe mai superare: quello della demonizzazione. Quando si smette di discutere nel merito e si comincia a distribuire etichette – “utili idioti”, “sepolcri imbiancati”, “ignavi” – il terreno non è più quello dell’analisi, ma della propaganda.
Così Mario Sechi ha chiuso un suo editoriale su Libero, intitolato “Finalmente!”, sostenendo che chi invoca il diritto internazionale di fronte all’attacco all’Iran sarebbe in realtà mosso dall’odio verso America e Israele, che le cancellerie europee di Londra, Parigi e Berlino sprofonderebbero nell’ignavia e che la “sinistra pro-Pal” non vedrebbe un presunto progetto di sterminio. Parole forti, anzi violentemente divisive, che meritano una risposta altrettanto chiara.
Il diritto internazionale non è una bandiera ideologica
Il primo punto è il più semplice: richiamare il diritto internazionale non significa essere “amici del regime iraniano”. Significa ricordare che esistono regole, trattati, principi che – dopo due guerre mondiali – sono stati scritti proprio per impedire che le relazioni tra Stati tornassero a essere regolate dalla legge del più forte.
La Carta delle Nazioni Unite non è un gadget della “sinistra pro-Pal”, ma il fondamento dell’ordine internazionale contemporaneo. Condannare un’aggressione, o chiedere che essa sia giustificata secondo i criteri previsti dal diritto internazionale, non equivale a difendere Teheran. Equivale a difendere un principio che tutela tutti, anche l’Occidente.
Se si accetta che la legalità valga solo quando conviene, allora si sta demolendo proprio quel sistema di regole che si dice di voler difendere.
Confondere i governi con i popoli
Secondo elemento: equiparare ogni critica alle azioni di Stati Uniti o Israele a un “odio per l’America e Israele” è un’operazione intellettualmente scorretta e politicamente pericolosa.
Criticare un governo non significa odiare un popolo. Non lo è quando si criticano le scelte di Washington; non lo è quando si criticano quelle di Tel Aviv; non lo è quando si criticano le decisioni di Teheran. Le democrazie si fondano proprio sulla possibilità di dissentire dalle scelte dei governi senza per questo essere accusati di tradimento o complicità col nemico.
Trasformare ogni dissenso in sospetta collusione è una scorciatoia retorica che impoverisce il dibattito pubblico.
Le cancellerie europee e la “ignavia”
Definire “ignave” le cancellerie di Londra, Parigi e Berlino perché invocano prudenza o rispetto delle regole non è un atto di coraggio, ma una semplificazione.
La politica estera non è un derby. È un equilibrio complesso tra sicurezza, alleanze, interessi economici, stabilità regionale. La scelta di non applaudire un’escalation militare non è automaticamente vigliaccheria; può essere valutazione strategica, preoccupazione per le conseguenze, timore di un conflitto più ampio.
Ridurre tutto a uno scontro tra coraggiosi e ignavi significa ignorare la complessità di scenari che possono avere ripercussioni globali, dal prezzo dell’energia alla sicurezza delle rotte commerciali.
Un linguaggio che offende e divide
L’aspetto più grave resta però il linguaggio. “Utili idioti” è un’espressione storicamente carica, usata per delegittimare l’avversario politico riducendolo a strumento inconsapevole del nemico. “Sepolcri imbiancati” è un insulto morale, non un’argomentazione.
In un momento in cui il Medio Oriente brucia, le parole dovrebbero essere pesate con cura. Perché il dibattito pubblico non è un ring, ma uno spazio in cui si forma l’opinione di un Paese. E quando si alza il volume delle invettive, si abbassa il livello della discussione.
Difendere le regole non è complicità
Si può – e si deve – condannare la repressione interna del regime iraniano, le sue violazioni dei diritti umani, le sue politiche aggressive. Ma si può anche sostenere che le guerre preventive, le azioni unilaterali e l’uso della forza fuori dai confini del diritto internazionale pongano problemi enormi.
Le due cose non si escludono. Anzi, stanno insieme.
Sostenere che chi difende il diritto internazionale lo faccia per odio verso l’Occidente è una caricatura che non regge alla prova dei fatti. È più comodo gridare al tradimento che confrontarsi con le questioni giuridiche e politiche poste da un conflitto.
La storia presenterà il conto, certo. Ma non solo a chi sbaglia campo. Lo presenterà anche a chi sceglie la scorciatoia dell’insulto al posto dell’argomentazione.


