Salario “giusto” o scappatoia? Meloni evita il salario minimo legale e scarica il problema sui contratti
Con il decreto Primo maggio arrivano incentivi vincolati ai contratti collettivi, ma resta il nodo dei salari bassi. E il minimo legale viene ancora una volta respinto.
C’è un paradosso tutto italiano che il governo prova a trasformare in virtù: milioni di lavoratori poveri, stipendi che non tengono il passo con l’inflazione e una risposta politica che evita accuratamente di fissare una soglia minima per legge. Il decreto Primo maggio varato dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni introduce il concetto di “salario giusto”, presentato come una svolta. Ma dietro la formula, più che una rivoluzione, si intravede una scelta precisa: non intervenire direttamente sui livelli salariali.
La misura lega l’accesso ai bonus per le assunzioni – giovani, donne e Zes – al rispetto di un trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi più rappresentativi. In sostanza, le aziende che non applicano questi standard resteranno escluse dagli incentivi. Un meccanismo che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe spingere verso retribuzioni più dignitose senza imporre un salario minimo per legge.
Il punto centrale è proprio questo: il “salario giusto” non è una cifra, non è una soglia, non è un obbligo universale. È un parametro variabile, costruito sulla base dei contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Non conta solo la paga oraria, ma l’insieme delle voci che compongono la busta paga: indennità, bonus, premi. Un sistema complesso che riflette la struttura del mercato del lavoro italiano, ma che lascia aperti spazi enormi di ambiguità.
Il governo rivendica questa scelta come alternativa al salario minimo legale da 9 euro l’ora, sostenuto dalle opposizioni e già adottato, in forme limitate, in alcune regioni come la Puglia. Secondo Meloni, fissare una soglia per legge rischierebbe addirittura di abbassare le tutele, trasformando il minimo in un tetto anziché in una base. Una tesi che divide economisti e giuslavoristi, ma che soprattutto evita il nodo politico: perché l’Italia è tra i pochi grandi Paesi europei senza un salario minimo legale?
Il decreto arriva in un contesto segnato da salari stagnanti e crescente precarietà. Negli ultimi anni, il potere d’acquisto dei lavoratori italiani è sceso, mentre il lavoro povero è diventato una realtà diffusa anche tra chi ha un impiego stabile. In questo scenario, affidarsi esclusivamente alla contrattazione collettiva significa scommettere su un sistema che, sebbene centrale, non copre in modo uniforme tutti i settori e lascia scoperti proprio i lavoratori più fragili.
Ed è qui che emergono le contraddizioni. Il meccanismo degli incentivi funziona solo per le aziende che hanno interesse ad accedervi. Ma cosa succede a quelle realtà – microimprese, cooperative spurie, segmenti grigi del mercato – che basano il proprio modello proprio sul contenimento estremo del costo del lavoro? È difficile immaginare che rinunciare a un bonus possa rappresentare un deterrente sufficiente rispetto al vantaggio di pagare salari più bassi.
“Il salario giusto senza una soglia minima rischia di essere solo una promessa senza sanzione.” È una delle critiche più diffuse tra gli osservatori. Perché, in assenza di un limite legale, il sistema continua a poggiare su equilibri già noti: contratti pirata, dumping salariale, frammentazione.
L’operazione politica è evidente. Il governo prova a neutralizzare il tema del salario minimo senza concedere terreno all’opposizione. Ma così facendo sposta il problema, non lo risolve. Affida al mercato e alla contrattazione una funzione di garanzia che, nei fatti, negli ultimi anni non è riuscita a esercitare pienamente.
Chi ci guadagna? Le imprese strutturate, che già applicano i contratti collettivi principali e potranno accedere agli incentivi senza modifiche sostanziali. Chi rischia di perdere? I lavoratori nei settori meno tutelati, dove la contrattazione è debole o aggirata. E soprattutto chi oggi guadagna meno di una soglia dignitosa: per loro, il decreto non introduce alcuna certezza immediata.
Il rischio è che il “salario giusto” diventi una formula politica più che uno strumento concreto. Una risposta che suona bene nei titoli, ma che nella pratica lascia intatto il problema del lavoro povero. Perché la verità è semplice, e scomoda: senza una linea sotto la quale non si può scendere, il mercato continuerà a scendere.
E allora la domanda resta sospesa, più politica che tecnica: si può davvero combattere il lavoro povero senza fissare un limite? Oppure il “salario giusto” è solo un modo elegante per non scegliere?