Minneapolis si è svegliata sotto zero, ma il gelo non ha fermato la rabbia. Con temperature fino a meno 29 gradi, decine di migliaia di persone sono scese in strada venerdì per dire basta all'operazione di forza dell'ICE e all'ennesima escalation repressiva voluta dall'amministrazione Trump. Una protesta di massa, ribattezzata senza ambiguità “ICE OUT!”, che gli organizzatori hanno definito uno sciopero generale contro quella che molti ormai chiamano senza mezzi termini un'occupazione federale.
Secondo gli organizzatori, fino a 50.000 manifestanti hanno attraversato la città, paralizzando interi quartieri e costringendo centinaia di attività commerciali a chiudere. Numeri non confermati ufficialmente dalla polizia, che ha preferito il silenzio. Un silenzio che, in Minnesota, è diventato il vero marchio di fabbrica di questa crisi: silenzio delle istituzioni, silenzio delle grandi aziende, silenzio davanti agli abusi.
Massive crowds came out for anti-ICE general strike in Minnesota, braving temperatures of -23C.
— Joseph Attard (@josephattard02) January 24, 2026
A city with a history of class struggle.
This is just a taste of the power Trump is provoking. More of this needed nationwide.
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L'ICE senza freni, lo Stato senza controllo
Da settimane Minneapolis è teatro di scontri sempre più duri tra cittadini e agenti dell'Immigration and Customs Enforcement, rafforzata da migliaia di agenti federali inviati con la cosiddetta “Operation Metro Surge”. Un'operazione che, nei fatti, ha cancellato ogni distinzione tra applicazione della legge e intimidazione sistematica.
Il punto di non ritorno è arrivato con l'uccisione di Renee Good, 37 anni, cittadina statunitense, assassinata da un agente ICE mentre si trovava nella sua auto e monitorava le attività dell'agenzia. Un episodio che ha scatenato indignazione trasversale e richieste precise: responsabilità penale per l'agente coinvolto e il ritiro immediato delle forze federali.
«Stiamo assistendo a un'agenzia senza controllo, che semina dolore e sofferenza in tutto il Minnesota», ha detto dal palco Lizz Winstead, attivista per i diritti civili. Una definizione che trova riscontro nei fatti: cittadini prelevati in mutande all'interno delle loro abitazioni, bambini arrestati, famiglie spezzate, persone fermate sul posto di lavoro.
Anche bambini e religiosi nel mirino
Tra gli episodi più scioccanti delle ultime settimane, la detenzione di quattro studenti tra i 5 e i 17 anni in una scuola di Columbia Heights. E ancora: un bambino di due anni fermato insieme al padre mentre tornavano a casa dopo la spesa. Scene che smentiscono clamorosamente la narrativa ufficiale della Casa Bianca, secondo cui l'operazione colpirebbe “criminali violenti”.
Venerdì, decine di preti sono stata arrestati all'aeroporto internazionale Saint Paul di Minneapolis, mentre pregavano e cantavano inni sacri inginocchiati sulla strada, chiedendo alle compagnie aeree di rifiutarsi di trasportare i detenuti dell'ICE. Sono stati circa cento i religiosi ammanettati e caricati sui bus, senza che opponessero resistenza. Un'immagine che racconta più di mille comunicati stampa.
Trump e Vance gettano benzina sul fuoco
Alla protesta ha fatto da contraltare, solo un giorno prima, la visita del vicepresidente JD Vance, arrivato a Minneapolis non per ascoltare la città, ma per schierarsi apertamente con l'ICE. Secondo Vance, l'agenzia starebbe semplicemente “svolgendo una missione importante”. Un'affermazione che suona come una provocazione, mentre la città conta i danni umani ed economici di questa strategia.
Trump, rieletto nel 2024 puntando tutto sulla linea dura sull'immigrazione, ha trasformato le città a guida democratica in bersagli politici. Il risultato è un'ulteriore polarizzazione del paese e l'uso delle forze federali come strumento di pressione ideologica.
Economia soffocata
L'impatto dell'operazione ICE non è solo sociale, ma anche economico. Panetterie, ristoranti, negozi, studi professionali hanno chiuso in segno di protesta. Altri hanno visto i ricavi crollare di oltre il 30% in poche settimane. «Quando le persone hanno paura di uscire di casa o di sparire da un giorno all'altro, l'economia locale collassa», racconta Corey Lamb, imprenditore di Minneapolis.
E mentre le piccole attività pagano il prezzo più alto, le grandi aziende del Minnesota restano in silenzio. Target, UnitedHealth, 3M, General Mills, Best Buy: nessuna presa di posizione, nessuna risposta. Un silenzio che sa di complicità.
“ICE fuori dal Minnesota”
Dal palco del Target Center, gremito nonostante il freddo estremo, leader indigeni, religiosi e sindacali hanno parlato di occupazione federale su terre non cedute dei Dakota. Non retorica, ma una denuncia politica precisa: lo Stato di diritto è stato sospeso in nome di una guerra ideologica contro i migranti.
«Vogliamo l'ICE fuori dal Minnesota. E fuori da ogni Stato», ha dichiarato il vescovo Dwayne Royster. «E vogliamo che il Congresso faccia finalmente il suo lavoro: controllo, trasparenza, responsabilità».
La protesta di Minneapolis non è stata solo la più grande finora contro l'attuale politica migratoria. È stata un avvertimento. Quando lo Stato diventa predatore, quando i bambini finiscono in manette e le preghiere vengono represse con le fascette di plastica, non è più sicurezza: è autoritarismo. E sempre più americani sembrano averlo capito.


