Il paradosso della solidità: perché il governo Meloni sembra inattaccabile e perché potrebbe non durare
Giorgia Meloni guida oggi l'esecutivo più longevo in Europa occidentale: ventuno mesi senza rimpasti significativi, nessun ministro silurato e un gradimento per il suo partito che oscilla fra il 28 e il 31 per cento, decisamente in testa rispetto al Partito democratico – numeri che qualsiasi collega continentale le invidierebbe.
A blindarla non è solo il consenso, ma la fragilità di chi le sta di fronte. L'opposizione è divisa fra un Pd che non sfonda, un M5S in eterna crisi di identità e un'Alleanza Verdi‑Sinistra in crescita, ma che per ora riesce a farsi capire solo da un elettorato istruito e raziocinante. In altre parole: l'unica vera arma di Meloni è la mancanza di una sinistra che ancora - nonostante gli errori del passato - non ha ancora deciso a quale elettorato rivolgersi e con quali strumenti.
Il blocco di destra: più compatto fuori che dentro
La coalizione di governo si regge su tre pilastri con storie e interessi divergenti:
Fratelli d'Italia fagocita consensi soprattutto a spese della Lega, precipitata sotto la doppia cifra dopo l'exploit del 2019. Salvini ha provato a invertire la china puntando su volti muscolari come il generale Vannacci, ma finora i numeri non lo premiano.
Forza Italia, orfana di Berlusconi, resta il rifugio dei moderati liberali; Antonio Tajani però teme di essere stritolato fra un Salvini sempre più estremo e una Meloni sempre più centrista.
I successi che Meloni sbandiera
Bilancio in ordine. Nel quarto trimestre 2024 l'Italia ha registrato un raro avanzo di bilancio (+0,4 % del PIL), col deficit annuo sceso al 3,4 % – il minimo dal 2019. Standing internazionale. Dalle intese con Ursula von der Leyen sul Patto di stabilità all'allineamento (senza fanfare) alla linea NATO su Ucraina, la premier si sta ritagliando l'immagine di «atlantista affidabile» – merce rara nel campo populista europeo.
Le tre riforme‑totem
Separazione delle carriere e Csm elettivo
Nordio va avanti nonostante la bocciatura del Csm e uno sciopero a singhiozzo delle toghe. Il ddl è incardinato in Parlamento e finirà quasi certamente a referendum nel 2026.
Autonomia differenziata
Approvata con pesanti ritocchi dopo la sentenza della Consulta, la legge Calderoli concede alle Regioni «l'autonomia che riusciranno a negoziare». Il referendum abrogativo è stato dichiarato inammissibile, ma la legge è comunque inapplicabile, perché i livelli essenziali di assistenza - in base alla legge Calderoli - non possono essere garantiti in maniera paritaria per tutte le regioni.
Premierato elettivo
Meloni vorrebbe far eleggere direttamente il presidente del Consiglio, ma la riforma è in stallo: per passare senza plebiscito servirebbero i due terzi delle Camere, numeri che la maggioranza non ha.
Il problema? Ogni dossier è il cavallo di battaglia di un alleato diverso; legarli a doppio filo funziona finché tutti sperano di ottenere qualcosa, ma basta che uno dei partiti della maggioranza ritenga di non aver ottenuto ciò che riteneva dovuto perché il castello inizi a crollare.
Crepe sul territorio: il caso Fugatti
Nelle Regioni settentrionali, un tempo feudo della Lega, Fratelli d'Italia è ormai il primo partito. Quando il governatore trentino leghista Maurizio Fugatti ha preteso la terza candidatura, i meloniani locali hanno detto no; alla fine la Lega ha vinto la forzatura grazie al voto di due dissidenti di FdI, che hanno subito lasciato il partito. Un assaggio di ciò che potrebbe accadere in Veneto e Lombardia alla scadenza dei mandati.
Prossima mina: la legge elettorale
Meloni medita di rottamare il Rosatellum e introdurre un proporzionale con premio di maggioranza se la prima lista/coalizione supera quota 40‑42 %. L'obiettivo è blindare la governabilità senza dipendere dai collegi uninominali – ma Lega e FI temono di essere condannati al ruolo di portatori d'acqua. Se l'asticella del premio fosse troppo alta, il centrodestra rischierebbe di non centrarla. Se invece fosse troppo bassa, l'accusa di «golpe bianco» diventerebbe il cavallo di battaglia dell'opposizione. E c'è un altro cortocircuito: che senso ha chiedere di scrivere il nome del premier sulla scheda se poi la formula è proporzionale?
Cosa può far saltare il banco
| Fattore di rischio | Perché conta |
| Economia | Con i tassi BCE ancora alti, crescita allo 0,7 % e debito al 139 % del PIL, un inciampo sui mercati può bruciare il dividendo politico del rigore. |
| Dissenso giudiziario | Un referendum 2026 sulla giustizia può trasformarsi in plebiscito pro‑contro Meloni. |
| Nord contro Sud | Autonomia vs premierato è uno scambio difficile da digerire per gli elettori meridionali di FdI. |
| Guerre di successione locali | Il caso Fugatti mostra come la sete di poltrone possa lacerare la maggioranza nei suoi feudi storici. |
| Riforma del voto | Se Meloni forza la mano, Lega e FI potrebbero alzare il prezzo o far mancare i numeri in Senato. |
| Spesa per il riarmo | Il neo "pacifista" Salvini potrà accettare di spiegare ai suoi elettori che dopo aver annunciato loro PACE in tutte le salse adesso dovranno rinunciare al welfare in nome del riarmo? |
Morale
Oggi la premier domina l'agenda, l'opposizione arranca e i partner di governo non hanno abbastanza ossigeno per staccare la spina. Ma la stabilità dell'Italia meloniana è come la Torre di Pisa: sta in piedi da secoli, però pende sempre un po' di più. Meloni non cadrà domani; tuttavia continua a minare la sua stabilità. rendendo l'edificio della sua maggioranza sempre meno stabile.