Escalation senza tregua tra Iran e Israele: ucciso il capo della sicurezza Larijani, Teheran rifiuta ogni proposta di pace
Il nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei respinge le offerte di mediazione e promette di continuare la guerra finché Stati Uniti e Israele non saranno “in ginocchio”. Il conflitto entra nella terza settimana mentre lo Stretto di Hormuz resta quasi bloccato e i prezzi del petrolio tornano a salire.
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran entra nella terza settimana senza alcun segnale di de-escalation, mentre il bilancio delle vittime supera ormai le duemila persone e il conflitto continua ad allargarsi in tutta la regione del Golfo.
Martedì Israele ha annunciato di aver ucciso Ali Larijani, capo della sicurezza iraniana e uno degli uomini più potenti del regime. Nell’operazione, rivendicata dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, sarebbe rimasto ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante della milizia volontaria Basij, struttura fondamentale per il controllo interno della Repubblica islamica.
Secondo una nota dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu, l’operazione rientra nella strategia di “eliminazione dei vertici del regime iraniano”. Se confermata, la morte di Larijani sarebbe l’assassinio più importante dopo quello della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nel primo giorno dei bombardamenti israelo-statunitensi.
Teheran, almeno per ora, non ha confermato né smentito ufficialmente la notizia.
Sul fronte politico, la prospettiva di un cessate il fuoco appare ancora più lontana.
Secondo un alto funzionario iraniano, due Paesi mediatori avrebbero trasmesso al ministero degli Esteri di Teheran proposte per ridurre la tensione o avviare un cessate il fuoco con gli Stati Uniti.
La risposta del nuovo leader supremo, ayatollah Mojtaba Khamenei, sarebbe stata però durissima.
Nel suo primo incontro di politica estera da quando ha assunto la guida del Paese, Khamenei avrebbe dichiarato che “non è il momento della pace”, sostenendo che il conflitto potrà fermarsi solo quando Stati Uniti e Israele saranno “messi in ginocchio, accetteranno la sconfitta e pagheranno compensazioni”.
Non è chiaro se il nuovo leader abbia partecipato alla riunione di persona o da remoto. Da quando è stato nominato la settimana scorsa al posto del padre ucciso nei raid, non è ancora apparso pubblicamente.
Sul campo, gli attacchi non accennano a fermarsi.
Durante la notte l’Iran ha lanciato nuove ondate di missili contro Israele, dimostrando di mantenere capacità offensive a lungo raggio nonostante oltre due settimane di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele.
L’esercito iraniano ha inoltre dichiarato di aver colpito con droni centri tecnologici e strutture legate alla produzione di armi in Israele, tra cui installazioni associate alla società militare Rafael.
Parallelamente, l’esercito israeliano ha annunciato una nuova serie di raid su Teheran e su infrastrutture ritenute legate al regime, oltre a obiettivi di Hezbollah a Beirut.
Solo il giorno prima Israele aveva fatto sapere di aver preparato piani militari per almeno altre tre settimane di guerra.
La guerra sta ormai coinvolgendo anche i Paesi del Golfo.
Dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, Emirati Arabi Uniti e altri Stati della regione hanno subito oltre 2.000 attacchi con missili e droni, che hanno colpito basi militari statunitensi, infrastrutture petrolifere, porti, aeroporti e aree civili.
Martedì un nuovo attacco ha provocato un incendio nel terminal petrolifero di Fujairah, uno dei pochi porti della regione che consente l’esportazione di petrolio senza passare dallo Stretto di Hormuz.
Nello stesso giorno detriti di un missile intercettato sono caduti nella zona di Bani Yas ad Abu Dhabi, uccidendo un cittadino pakistano, mentre un attacco con drone ha causato un incendio nel giacimento di gas Shah.
Le interruzioni nelle esportazioni energetiche stanno aggravando la crisi dei mercati: il prezzo del petrolio è salito di circa il 4%, mentre i mercati finanziari temono una nuova impennata dell’inflazione globale.
La situazione resta critica anche nello Stretto di Hormuz, la rotta marittima attraverso cui passa circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto agli alleati di inviare navi militari per riaprire il passaggio e garantire la sicurezza della navigazione, ma finora l’appello è stato respinto.
Secondo l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Kaja Kallas, nessun Paese è disposto a rischiare un coinvolgimento diretto.
“Nessuno è pronto a mettere i propri cittadini in pericolo nello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato, sottolineando che la soluzione dovrà essere diplomatica per evitare una crisi globale che potrebbe colpire energia, fertilizzanti e alimentazione.
Con le trattative ferme, i bombardamenti quotidiani e l’economia globale già sotto pressione, la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti appare sempre più lontana da una soluzione — e il rischio di un’escalation regionale resta altissimo.