Da Tel Aviv a Washington cresce la tensione sul futuro del conflitto: Israele vuole paralizzare Teheran, mentre la Casa Bianca teme il prezzo politico e militare di una nuova escalation nel Golfo.
La tregua armata nel Golfo Persico appare sempre più fragile, sospesa tra pressioni militari, calcoli geopolitici e interessi economici globali. Nelle ultime ore, secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 12, Israele avrebbe inviato agli Stati Uniti un messaggio estremamente chiaro: qualsiasi ritorno alla guerra contro l’Iran dovrebbe includere la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche della Repubblica islamica. Un passaggio che rivela come, almeno in parte dell’establishment israeliano, si stia consolidando l’idea che il vero punto debole di Teheran non sia soltanto militare, ma soprattutto economico.
L’obiettivo, secondo fonti israeliane citate dai media, sarebbe quello di mettere in ginocchio il sistema produttivo iraniano nel giro di appena 24 ore, costringendo il regime a negoziare da una posizione di estrema debolezza. Una strategia brutale, che non punta necessariamente alla caduta del governo iraniano ma alla sua paralisi operativa. “Se non riesci a rovesciare il regime, almeno lascialo paralizzato”, avrebbe dichiarato un funzionario israeliano, sintetizzando una linea che considera il collasso energetico come l’unica leva realmente efficace per piegare Teheran.
Il problema, tuttavia, è che questa visione si scontra con una realtà molto più complessa di quella raccontata dalla propaganda bellica. Un’analisi della CIA, diffusa nelle stesse ore, ridimensiona infatti le narrazioni ottimistiche provenienti dalla Casa Bianca. Secondo il rapporto dell’intelligence americana, l’Iran sarebbe in grado di resistere a un blocco navale statunitense per almeno tre o quattro mesi senza subire conseguenze economiche devastanti. Un dato che contraddice apertamente le recenti dichiarazioni di Donald Trump, il quale aveva definito il blocco dello Stretto di Hormuz “più efficace dei bombardamenti” e descritto l’assedio marittimo come una sorta di “muro d’acciaio”.
Ancora più significativo è il passaggio relativo alle capacità militari iraniane. Sempre secondo la CIA, nonostante gli attacchi americani e israeliani, Teheran conserverebbe circa il 75% delle piattaforme mobili di lancio missilistico e il 70% del proprio arsenale. Non solo: gran parte delle infrastrutture sotterranee di stoccaggio sarebbe rimasta intatta e diversi sistemi danneggiati sarebbero già stati riparati. Una valutazione che demolisce, almeno parzialmente, la narrativa trionfalistica proposta da Trump nei giorni scorsi, quando aveva sostenuto che all’Iran fosse rimasto appena il 18 o 19% dei missili.
Dietro questo scontro di valutazioni si nasconde una frattura strategica sempre più evidente tra Israele e Stati Uniti. Da una parte Tel Aviv teme che Washington possa arrivare a un accordo con Teheran ritenuto troppo morbido; dall’altra la Casa Bianca appare sempre più preoccupata dal rischio di restare intrappolata in un nuovo conflitto mediorientale senza via d’uscita. Non a caso, un reportage della rivista americana “The Atlantic” descrive un Donald Trump stanco della guerra, irritato dalla sua durata e soprattutto terrorizzato dalle conseguenze politiche interne.
Secondo il settimanale statunitense, il presidente americano teme che l’escalation possa far aumentare ulteriormente il prezzo del carburante negli Stati Uniti e trascinare ancor più verso il basso la sua popolarità. Inoltre, Trump non vorrebbe compromettere il delicato vertice previsto nei prossimi giorni con il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, appuntamento considerato cruciale per gli equilibri economici e diplomatici globali. Il paradosso, sottolinea “The Atlantic”, è che il leader che ha costruito la propria immagine sul libro “The Art of the Deal” si ritroverebbe ora incapace perfino di convincere l’Iran a sedersi al tavolo negoziale.
Washington starebbe infatti attendendo una risposta iraniana a un memorandum di una sola pagina che, più che un vero trattato di pace, somiglierebbe a una semplice proroga del cessate il fuoco. Segnale evidente di quanto il negoziato sia fragile e incompleto. In questo quadro, Israele continua a spingere per una linea durissima, convinto che solo colpendo il cuore energetico dell’Iran si possa ottenere un risultato strategico duraturo.
Ma proprio questa strategia rischia di trasformarsi nel detonatore di una crisi ancora più vasta. Colpire le infrastrutture energetiche iraniane significherebbe infatti minacciare direttamente uno dei pilastri del mercato petrolifero mondiale, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale. Ed è forse questo il vero nodo che oggi divide Washington e Tel Aviv: Israele ragiona in termini di sicurezza immediata, mentre gli Stati Uniti devono fare i conti con gli effetti politici, economici e geopolitici di una guerra che potrebbe rapidamente sfuggire di mano.


