Esteri

Hormuz, la guerra che nessuno riesce più a fermare: Trump boccia Teheran e il prezzo del petrolio riprende a correre


Lo stallo tra Stati Uniti e Iran paralizza il Golfo, incendia i mercati energetici e apre una nuova fase di instabilità globale. Sullo sfondo, la partita strategica con la Cina e il rischio di un conflitto permanente a bassa intensità.


La risposta è arrivata in poche ore, brutale nella forma e devastante nelle conseguenze politiche: “Totally unacceptable”.Donald Trump ha liquidato così, con una frase pubblicata su Truth Social, la proposta iraniana per mettere fine alla guerra che da dieci settimane scuote il Medio Oriente e tiene il mondo con il fiato sospeso davanti allo spettro di una crisi energetica globale.

Una bocciatura secca, priva di aperture diplomatiche, che ha immediatamente provocato un nuovo rialzo del prezzo del petrolio e riacceso i timori attorno allo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia energetico attraverso cui, prima dell’inizio del conflitto, transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale.

Dietro quello che, superficialmente, potrebbe apparire come l’ennesimo braccio di ferro tra Washington e Teheran, si sta in realtà consumando qualcosa di più profondo: la trasformazione del Golfo Persico in un teatro di pressione permanente, dove nessuno sembra più in grado di imporre una vera soluzione politica, ma tutti possiedono strumenti sufficienti per impedire la pace.

L’Iran, nel documento inviato agli Stati Uniti, ha provato a costruire una proposta che mescola rivendicazione politica, orgoglio nazionale e calcolo strategico. Teheran ha chiesto la fine della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano — dove Israele continua a colpire Hezbollah —, la revoca del blocco navale americano, la cessazione delle sanzioni, lo sblocco degli asset iraniani congelati nelle banche straniere e persino compensazioni economiche per i danni di guerra. Ma soprattutto ha ribadito un punto che per la Repubblica islamica rappresenta una linea rossa assoluta: la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz.

È qui che si concentra il vero nodo geopolitico della crisi. Hormuz non è soltanto una rotta marittima: è il cuore vulnerabile dell’economia globale. Ogni minaccia al traffico navale in quell’area produce effetti immediati sui mercati, sulle catene energetiche e sui costi industriali di mezzo pianeta. Non è un caso che, nonostante il cessate il fuoco parziale entrato in vigore ad aprile, il traffico commerciale nello stretto sia crollato drasticamente. Alcune petroliere hanno continuato a transitare, ma spesso con i sistemi di tracciamento spenti per evitare di diventare bersagli. È il segnale plastico di un commercio mondiale ormai costretto a muoversi in condizioni semi-belliche.

Trump, tuttavia, sembra aver scelto una linea completamente diversa rispetto a quella che molti osservatori si aspettavano dopo i tentativi di mediazione delle scorse settimane. La Casa Bianca aveva inizialmente proposto una sospensione delle ostilità per riaprire il tavolo negoziale sul programma nucleare iraniano. Ma la risposta di Teheran, anziché essere considerata una base di trattativa, è stata percepita dall’amministrazione americana come un tentativo di trasformare il negoziato in una resa politica degli Stati Uniti nella regione.

Per questo Washington continua a pretendere che qualsiasi accordo includa limiti stringenti al programma nucleare iraniano, alla rete di alleanze militari regionali e alle capacità missilistiche della Repubblica islamica. Netanyahu, da parte sua, è stato ancora più esplicito: la guerra, ha detto, non può considerarsi conclusa finché l’Iran conserverà uranio arricchito, siti di arricchimento operativi e la capacità di sostenere i propri proxy regionali. Una posizione che rende evidente come Israele non consideri questa crisi una parentesi temporanea, bensì l’occasione per ridisegnare in maniera permanente gli equilibri strategici del Medio Oriente.

Il problema è che, nel frattempo, il prezzo politico del conflitto continua a crescere anche per gli Stati Uniti. I sondaggi mostrano un’opinione pubblica americana sempre più preoccupata per l’aumento del costo della benzina e per il rischio di un coinvolgimento militare prolungato a pochi mesi dalle elezioni legislative che potrebbero ridisegnare gli equilibri del Congresso. Trump si trova così stretto in una contraddizione tipica della politica estera americana contemporanea: mostrare forza senza scivolare in una guerra lunga e impopolare.

Anche sul piano internazionale la Casa Bianca appare più isolata del previsto. Gli alleati europei della NATO hanno evitato di impegnarsi direttamente nella riapertura militare dello Stretto di Hormuz, rifiutando l’idea di inviare navi senza una missione internazionale formalmente riconosciuta e senza un quadro politico condiviso. È una prudenza che riflette non solo la paura di un’escalation, ma anche la crescente diffidenza verso la strategia americana nella regione.

In questo quadro, assume un peso enorme il viaggio che Trump compirà in Cina nei prossimi giorni. L’incontro con Xi Jinping rischia infatti di trasformarsi in uno dei passaggi diplomatici più delicati dell’intera crisi. Washington spera di convincere Pechino a usare la propria influenza economica su Teheran per spingere l’Iran verso concessioni sostanziali. Ma la Cina ha interessi molto diversi: è il principale acquirente del petrolio iraniano, considera il Golfo fondamentale per la propria sicurezza energetica e guarda con sospetto crescente alla strategia americana di pressione militare e commerciale simultanea.

Non a caso, da Teheran è arrivata una risposta quasi provocatoria. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha suggerito che proprio la Cina potrebbe sfruttare l’incontro con Trump per denunciare le “azioni illegali e intimidatorie” degli Stati Uniti contro la stabilità regionale e l’economia globale. È il segnale che l’Iran sta tentando di trasformare il conflitto da crisi regionale a terreno di scontro tra modelli di ordine internazionale.

Nel frattempo, il Medio Oriente continua a vivere in una condizione di guerra sospesa. Droni iraniani vengono intercettati negli Emirati Arabi Uniti, il Qatar denuncia attacchi contro navi mercantili, il Kuwait attiva le difese aeree, mentre nel sud del Libano proseguono gli scontri tra Israele e Hezbollah nonostante il cessate il fuoco annunciato ad aprile. La sensazione è che il conflitto stia mutando natura: non più guerra totale, ma una lunga sequenza di tensioni intermittenti, sabotaggi, minacce ai commerci e pressione economica globale.

Ed è forse proprio questo lo scenario più pericoloso. Perché le guerre indefinite, prive di vittoria e prive di pace, tendono a diventare sistemi permanenti di instabilità. E quando il centro della crisi coincide con il principale corridoio energetico del pianeta, il prezzo non resta confinato al Medio Oriente: finisce nei distributori europei, nei costi industriali asiatici, nell’inflazione americana e nella fragilità politica delle democrazie occidentali.

La vera domanda, oggi, non è più se il conflitto possa riesplodere. La domanda è se qualcuno abbia ancora davvero interesse a chiuderlo.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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