Prima il colpo inferto ai dazi, ora quello alla cittadinanza per nascita. La Corte Suprema degli Stati Uniti infligge a Donald Trump una delle sconfitte politiche e giuridiche più pesanti del suo secondo mandato, chiudendo praticamente ogni spazio al tentativo del presidente di cancellare, con un ordine esecutivo, il diritto alla cittadinanza automatica per i bambini nati negli Stati Uniti da genitori immigrati irregolari o da gran parte dei residenti stranieri temporanei.

La decisione, adottata con una maggioranza di 6 giudici contro 3, riafferma un principio considerato uno dei pilastri costituzionali americani: chi nasce sul suolo degli Stati Uniti è cittadino statunitense, indipendentemente dallo status giuridico dei propri genitori. Un verdetto che, secondo numerosi costituzionalisti, rappresenta uno dei più importanti richiami ai limiti del potere presidenziale degli ultimi anni.


La Corte Suprema richiama Trump alla Costituzione

Alla base della sentenza c'è il XIV Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, approvato nel 1868, subito dopo la Guerra Civile, proprio per garantire una definizione chiara e universale della cittadinanza americana.

A scrivere l'opinione di maggioranza è stato il presidente della Corte Suprema, John Roberts, che ha richiamato senza esitazioni il testo costituzionale:

"Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti."
L'amministrazione Trump aveva cercato di sostenere una lettura completamente diversa della norma, affermando che gli immigrati privi di documenti non sarebbero "soggetti alla giurisdizione" degli Stati Uniti e che, di conseguenza, i loro figli non dovrebbero acquisire automaticamente la cittadinanza americana.

Una tesi che Roberts e la maggioranza della Corte hanno respinto in maniera netta, ribadendo che il significato storico e costituzionale del XIV Emendamento non lascia spazio alle interpretazioni proposte dalla Casa Bianca.


Una porta praticamente chiusa

La conseguenza pratica della sentenza è enorme. Poiché la Corte Suprema ha stabilito che la Costituzione parla in maniera esplicita e inequivocabile, Donald Trump dispone ormai di margini estremamente ridotti per tentare nuovamente di abolire il cosiddetto birthright citizenship.

L'unica strada rimasta sarebbe modificare direttamente la Costituzione americana, un procedimento tra i più complessi dell'intero ordinamento statunitense, riuscito soltanto 27 volte in oltre due secoli di storia degli Stati Uniti e che richiede maggioranze parlamentari qualificate e la ratifica da parte degli Stati federati.

In altre parole, un percorso che, nell'attuale clima politico americano, appare sostanzialmente irrealizzabile.


Esultano associazioni e democratici

La sentenza è stata immediatamente salutata come una vittoria storica dalle organizzazioni che da anni combattono contro la linea dura sull'immigrazione promossa da Trump.

Krish O'Mara Vignarajah, presidente e amministratore delegato di Global Refuge, ha commentato:

"Oggi il XIV Emendamento ha dimostrato ancora una volta di essere più forte delle forze che cercano di svuotarlo."
Sulla stessa linea Dariely Rodriguez, responsabile legale del Lawyers' Committee for Civil Rights Under Law:

"La decisione consolida ciò che sappiamo essere vero da oltre cento anni."
Secondo Rodriguez:

"Chiunque nasca sul suolo americano, indipendentemente dallo status giuridico dei propri genitori, nasce cittadino americano. Abbiamo affrontato una prova straordinaria della nostra volontà collettiva come nazione e ne siamo usciti vincitori."
Anche il deputato democratico dell'Illinois Jesus "Chuy" Garcia, tra i più duri critici del presidente, ha definito il tentativo di Trump:

"Un tentativo crudele e razzista di privare milioni di persone della cittadinanza."
Per Garcia perfino alcuni dei giudici conservatori della Corte Suprema hanno ritenuto insostenibile la posizione della Casa Bianca:

"Perfino giudici di destra come Roberts e Barrett non hanno potuto accettarla."

Trump non arretra: "Troppo male per il nostro Paese"

La risposta del presidente non si è fatta attendere. Su Truth Social, Donald Trump ha definito la decisione della Corte Suprema:

"La Corte Suprema ha confermato la cittadinanza per nascita, ed è una cosa molto negativa per il nostro Paese."
Il presidente, tuttavia, continua a sostenere che il Congresso possa comunque intervenire con una semplice legge ordinaria, nonostante la Corte abbia chiaramente fondato la propria decisione direttamente sulla Costituzione.

Nel messaggio pubblicato sul proprio social, Trump scrive:

"Possiamo facilmente risolvere la questione in Congresso attraverso una legge, con il sostegno del Presidente. Non è necessario alcun lungo e complicato emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare OGGI a lavorare per porre fine a questa cittadinanza per nascita, costosa e ingiusta per il nostro Paese. Avranno il mio completo e totale sostegno."
Una posizione che appare però difficilmente conciliabile proprio con le motivazioni espresse dalla Corte Suprema, secondo cui il diritto discende direttamente dal testo costituzionale e non può essere cancellato da una legge ordinaria.

Gli esperti: "Una sentenza esemplare"

Tra i primi costituzionalisti ad analizzare il verdetto figura David Leebron, professore di studi giuridici alla Rice University ed ex preside della Columbia Law School.

Secondo Leebron, John Roberts:

"Ha scritto un'eccellente opinione che interpreta fedelmente la storia del XIV Emendamento e il significato attribuito storicamente a quella disposizione."
L'esperto sottolinea anche un altro elemento particolarmente significativo. La decisione è infatti arrivata con una maggioranza composta non soltanto dai tre giudici progressisti, ma anche da tre giudici conservatori, segnale che la Corte Suprema continua a non dividersi automaticamente lungo semplici linee ideologiche.

"Abbiamo visto molte coalizioni insolite nella Corte", osserva Leebron.

E aggiunge:

"Sei giudici hanno riaffermato principi fondamentali d'interpretazione costituzionale in una materia estremamente importante e controversa, affermando che il presidente non può oltrepassare i limiti imposti dalla Costituzione. Questo dovrebbe rassicurare tutti."

Il colpo politico più duro del secondo mandato

Sul piano politico, la decisione rappresenta probabilmente la più pesante sconfitta subita finora da Donald Trump durante il suo ritorno alla Casa Bianca.

Il presidente aveva trasformato l'abolizione della cittadinanza per nascita in una delle bandiere del proprio programma, firmando l'ordine esecutivo già nel primo giorno del secondo mandato e presentandolo come uno strumento per fermare il cosiddetto "birth tourism", definito uno spreco di risorse e un abuso del sistema.

Nel sostenere la propria posizione, Trump aveva anche affermato che nessun altro Paese al mondo riconoscerebbe un diritto analogo. Un'affermazione smentita dai fatti: sia Canada sia Messico prevedono forme di cittadinanza per nascita, insieme a oltre due dozzine di altri Stati.

Lo stesso presidente, nelle settimane precedenti alla sentenza, aveva lasciato intuire di attendersi una decisione sfavorevole dopo aver assistito personalmente alla discussione davanti alla Corte Suprema, primo presidente nella storia americana a partecipare direttamente a un'udienza di questo tipo.

Le aspettative pessimistiche si sono rivelate fondate.

Il verdetto è arrivato con un margine ampio, senza particolari ambiguità interpretative, riaffermando lo status quo costituzionale e ricordando che il presidente degli Stati Uniti, per quanto forte politicamente, non può modificare unilateralmente il significato della Costituzione. 



fonte: BBC