Resta avvolta nell'incertezza l'origine dei nuovi attacchi aerei che hanno colpito l'Iran nelle ultime ore, alimentando ulteriormente la tensione in Medio Oriente nonostante gli Stati Uniti abbiano annunciato la conclusione della propria campagna militare. Nessuno ha infatti rivendicato i raid che hanno interessato diverse aree del Paese, mentre Teheran continua a mantenere un atteggiamento prudente sul piano ufficiale, senza indicare direttamente alcun responsabile.

Le esplosioni sono state segnalate giovedì in numerose località dell'Iran meridionale, tra cui le province di Bushehr e Sistan-Baluchestan, oltre alle città di Ahvaz e Chabahar, poche ore dopo che il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) aveva comunicato di aver concluso una vasta offensiva contro 90 obiettivi militari iraniani.

L'assenza di una rivendicazione lascia aperti numerosi interrogativi. Anche Israele, protagonista della guerra contro l'Iran nei mesi scorsi, non ha attribuito a sé gli ultimi bombardamenti, così come nessun altro Paese della regione ha riconosciuto un coinvolgimento diretto.

Teheran punta il dito contro gli Emirati

Pur evitando accuse formali, dall'Iran arrivano comunque nuove minacce. Esmail Kousari, membro della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale ed ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver sostenuto "dietro le quinte" le operazioni militari americane, avvertendo che Abu Dhabi "pagherà il prezzo della sua cooperazione con gli Stati Uniti".

Le autorità emiratine, così come gli altri Paesi del Golfo, non hanno rilasciato commenti immediati. Durante il conflitto avevano sempre respinto le accuse iraniane di aver fornito un sostegno operativo a Washington.

Nuovi missili iraniani nel Golfo

Alla conclusione dei raid americani, l'Iran ha risposto lanciando una nuova ondata di missili contro diversi Paesi della regione, prendendo di mira Bahrain, Kuwait, Qatar e Giordania.

Le sirene d'allarme sono risuonate nei quattro Stati, costringendo la popolazione a rifugiarsi nei bunker. In Kuwait una persona sarebbe rimasta ferita, mentre i sistemi di difesa aerea hanno intercettato numerosi vettori in arrivo.

L'episodio rappresenta l'ennesima prova della fragilità dell'accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Washington e Teheran.

Trump: "La tregua è finita", ma resta aperto il dialogo

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a intervenire sulla crisi attraverso i social network, definendo il cessate il fuoco temporaneo ormai "finito". Allo stesso tempo ha però confermato l'intenzione americana di proseguire i colloqui diplomatici per cercare una conclusione definitiva del conflitto.

Dal Comando Centrale statunitense non sono invece arrivati aggiornamenti operativi successivi alle dichiarazioni del presidente americano.

Nel frattempo si è intensificata anche l'attività diplomatica nella regione. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan, ha raggiunto il Kuwait per incontrare l'emiro del Paese, mentre sono proseguiti i contatti tra le monarchie del Golfo e il Qatar, impegnato insieme al Pakistan nella mediazione tra Washington e Teheran.

Anche il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha avuto colloqui separati con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e con l'emiro del Qatar, ribadendo a entrambi la necessità di privilegiare moderazione e diplomazia.

Israele mantiene alta la pressione

Pur non risultando coinvolto negli ultimi bombardamenti, Israele continua a mantenere una linea estremamente dura nei confronti della Repubblica Islamica.

Il governo israeliano ha confermato un colloquio telefonico tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e Donald Trump, durante il quale il presidente americano ha illustrato gli sviluppi della situazione nel Golfo.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha inoltre ribadito che Israele è pronto a intervenire nuovamente qualora lo ritenga necessario.

"Se dovremo tornare, torneremo con una forza ancora maggiore", ha dichiarato durante una cerimonia militare.

Hormuz resta il punto più critico

Parallelamente allo scontro militare prosegue anche quello sul controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale prima della guerra transitava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale.

Teheran continua a sostenere che il passaggio debba essere posto sotto il proprio controllo esclusivo e che le navi straniere debbano pagare un pedaggio per attraversarlo, una posizione respinta dalla comunità internazionale, che considera lo stretto un corridoio marittimo internazionale.

Gli Stati Uniti continuano invece a raccomandare alle navi commerciali di utilizzare la rotta meridionale attraverso le acque territoriali dell'Oman per ridurre il rischio di nuovi attacchi.

Il Joint Maritime Information Center, organismo internazionale coordinato dalla Marina statunitense, ha rinnovato l'invito agli armatori a seguire quel percorso, sottolineando che la rotta resta aperta nonostante i recenti attacchi contro il traffico mercantile.

Intanto il traffico navale nello Stretto di Hormuz continua a diminuire: giovedì sono transitate 22 navi, contro le 30 del giorno precedente e le 41 registrate martedì, un dato che fotografa la persistente instabilità di una delle principali arterie energetiche mondiali.