A oltre dieci giorni dalla ripresa delle operazioni militari statunitensi contro l'Iran, l'agenzia di stampa ufficiale iraniana IRNA pubblica un'analisi nella quale sostiene che Washington si trovi di fronte a un obiettivo difficilmente raggiungibile: ottenere il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz attraverso la sola forza militare. Il ragionamento sviluppato dall'agenzia governativa iraniana si fonda su dati relativi al traffico marittimo, valutazioni di analisti occidentali e considerazioni strategiche sulle conseguenze economiche del conflitto.
L'analisi riflette naturalmente il punto di vista delle autorità iraniane e raccoglie citazioni provenienti da fonti internazionali che, secondo IRNA, rafforzerebbero la tesi secondo cui nessuna delle due parti sarebbe in grado di conseguire pienamente i propri obiettivi attraverso un'escalation militare.
La ripresa delle ostilità secondo Teheran
IRNA afferma che gli Stati Uniti abbiano ripreso le operazioni militari contro l'Iran violando gli impegni assunti nell'accordo raggiunto a Islamabad per porre fine ai combattimenti. Secondo l'agenzia, l'amministrazione americana avrebbe indicato apertamente come obiettivo strategico il controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso il quale continua a transitare una quota rilevante del commercio energetico mondiale.
Nel resoconto iraniano viene inoltre sostenuto che Washington continui a dichiarare aperto il traffico commerciale nello Stretto, pur impedendo esclusivamente il passaggio delle navi iraniane. Tuttavia, secondo IRNA, i dati pubblicati da società specializzate nel monitoraggio delle petroliere, tra cui TankerTrackers, Vortexa e Kpler, oltre alle rilevazioni riportate da Reuters, mostrerebbero una realtà diversa.
L'agenzia sostiene infatti che il traffico marittimo sarebbe diminuito sensibilmente dall'inizio della nuova offensiva americana e che molte imbarcazioni eviterebbero il corridoio meridionale controllato dagli Stati Uniti, preferendo percorsi ritenuti più sicuri oppure rinunciando temporaneamente al transito.
La questione dei corridoi di navigazione
Secondo l'analisi iraniana, una parte consistente delle navi che continuano ad attraversare lo Stretto sarebbe collegata direttamente o indirettamente all'Iran e utilizzerebbe prevalentemente il corridoio monitorato dalle autorità di Teheran.
IRNA richiama inoltre un articolo del Wall Street Journal secondo cui numerose compagnie marittime avrebbero mostrato scarso interesse a seguire le indicazioni operative impartite dalla Marina statunitense riguardo all'utilizzo del corridoio meridionale, preferendo adottare criteri autonomi di valutazione del rischio.
La ricostruzione proposta dall'agenzia iraniana vuole dimostrare che il semplice dispiegamento militare americano non sarebbe sufficiente a ripristinare la normale fiducia degli operatori commerciali internazionali.
Il dibattito sulla proposta americana di far pagare il transito
L'analisi dedica spazio anche alle dichiarazioni attribuite al presidente Donald Trump riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti assumano il ruolo di "guardiani dello Stretto di Hormuz".
Secondo IRNA, Trump avrebbe inizialmente ipotizzato l'introduzione di un contributo pari al 20% del valore dei carichi trasportati dalle navi in cambio della protezione garantita dalla presenza militare americana. Successivamente, sempre secondo la ricostruzione iraniana, questa impostazione sarebbe stata accantonata dopo colloqui con diversi leader dei Paesi arabi del Golfo, orientandosi invece verso maggiori investimenti di tali Paesi negli Stati Uniti.
L'agenzia cita inoltre Philip Gordon, già consigliere per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Biden, il quale avrebbe osservato come gli Stati Uniti avessero in precedenza accettato un'intesa nella quale veniva riconosciuto all'Iran il compito di adottare le misure necessarie per garantire un passaggio sicuro delle navi.
"Non esiste una soluzione militare"
Il cuore dell'analisi di IRNA è rappresentato dalla tesi secondo cui nessuna operazione armata sarebbe realmente in grado di garantire il controllo stabile dello Stretto di Hormuz.
A sostegno di questa posizione vengono richiamati diversi esperti occidentali.
Mohammad Al-Masri, docente presso il Doha Institute for Graduate Studies, osserva che l'Iran non avrebbe bisogno della superiorità navale convenzionale per interrompere o rendere estremamente rischiosa la navigazione commerciale. Secondo il professore, piccole imbarcazioni veloci, droni, missili antinave e campi minati sarebbero strumenti sufficienti per mantenere elevata l'incertezza operativa.
L'analisi evidenzia inoltre come, nel settore marittimo, anche semplici avvisi radio o segnalazioni di rischio possano indurre numerose compagnie di navigazione a modificare le proprie rotte senza che sia necessario un effettivo confronto militare diretto.
Le difficoltà operative degli Stati Uniti
IRNA richiama anche le valutazioni di Jason Campbell, ex funzionario del Pentagono oggi impegnato presso il Middle East Institute.
Secondo Campbell, sarebbe fuorviante ritenere che pochi giorni aggiuntivi di bombardamenti possano eliminare la capacità iraniana di minacciare la navigazione nello Stretto.
L'ex funzionario americano sottolinea infatti come l'Iran abbia sviluppato per decenni una dottrina di guerra asimmetrica basata su missili mobili, droni, batterie costiere e unità navali leggere distribuite lungo oltre 370 miglia di costa.
Per neutralizzare completamente tale rete difensiva, sostiene Campbell, sarebbe necessario non soltanto controllare il mare ma anche occupare vaste aree costiere dell'Iran, mantenendo per un periodo indefinito decine di migliaia di soldati sul terreno. Uno scenario che appare politicamente e militarmente estremamente oneroso.
Nessuna delle due parti può ottenere una vittoria completa
IRNA richiama anche alcune valutazioni pubblicate da The Economist, secondo cui il conflitto presenterebbe limiti strategici per entrambe le parti.
Secondo questa interpretazione, gli Stati Uniti non sarebbero in grado di mantenere permanentemente aperto lo Stretto esclusivamente attraverso bombardamenti, mentre l'Iran non trarrebbe un reale beneficio economico da una chiusura prolungata della principale via marittima della regione.
L'agenzia cita inoltre Robert Malley, già negoziatore statunitense sul dossier nucleare iraniano ed esponente dell'International Crisis Group, secondo il quale esisterebbero ancora margini per una futura ripresa del cessate il fuoco proprio perché né Washington né Teheran sarebbero realisticamente in grado di ottenere tutti gli obiettivi perseguiti sul piano militare.
Il fattore tempo e il peso dei costi economici
Un altro elemento centrale dell'analisi riguarda il tempo. Secondo IRNA, qualsiasi tentativo americano di ridurre significativamente la capacità iraniana di minacciare la navigazione richiederebbe settimane o mesi, mentre gli effetti economici di una crisi prolungata si manifesterebbero molto più rapidamente sui mercati energetici internazionali.
L'agenzia cita Trita Parsi, vicepresidente del Quincy Institute, secondo il quale Washington, anche qualora fosse in grado di limitare progressivamente le capacità iraniane, dovrebbe affrontare costi politici ed economici crescenti ben prima di raggiungere un risultato decisivo.
Nella stessa direzione viene richiamata un'ulteriore analisi di The Economist, secondo cui oltre trecento attacchi effettuati nella fase iniziale della campagna non avrebbero modificato il comportamento dell'Iran. Anche un eventuale prolungamento dei bombardamenti rischierebbe quindi di produrre benefici limitati, soprattutto considerando che Teheran dispone di missili e droni con autonomie superiori ai mille chilometri, utilizzabili anche dall'interno del territorio nazionale.
L'ipotesi di un'escalation ancora maggiore, comprensiva di operazioni terrestri o attacchi sistematici contro infrastrutture strategiche iraniane, viene descritta come altamente rischiosa e priva di garanzie circa il raggiungimento degli obiettivi militari.
Il rischio strategico per l'Iran
Pur sostenendo la posizione di Teheran, IRNA riconosce infine un possibile elemento di criticità anche per l'Iran. Una situazione di instabilità permanente nello Stretto potrebbe infatti accelerare gli investimenti dei Paesi del Golfo in infrastrutture alternative capaci di aggirare Hormuz.
L'analisi richiama uno studio dell'Atlantic Council dedicato ai progetti di oleodotti e corridoi energetici alternativi già esistenti o in fase di sviluppo. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita dispongono già di infrastrutture che consentono di esportare parte del proprio petrolio senza attraversare Hormuz, mentre anche l'Iraq sta valutando nuove soluzioni logistiche.
A questo proposito viene citato anche Javier Blas, editorialista di Bloomberg, secondo cui, qualora l'instabilità dovesse protrarsi fino alla fine del decennio, lo Stretto potrebbe progressivamente perdere parte della propria centralità strategica, con milioni di barili di greggio destinati a seguire rotte alternative.
La conclusione dell'analisi iraniana
La conclusione proposta da IRNA è che il conflitto stia evidenziando i limiti dell'opzione militare per entrambe le parti. Secondo la lettura dell'agenzia ufficiale iraniana, gli Stati Uniti non riuscirebbero a imporre unilateralmente il controllo dello Stretto di Hormuz senza un impegno militare di dimensioni eccezionali, mentre anche Teheran avrebbe interesse a evitare una crisi prolungata che potrebbe accelerare la ricerca di vie alternative per il commercio energetico mondiale.
Pur mantenendo una chiara impostazione favorevole alle posizioni della Repubblica islamica, l'analisi evidenzia come numerosi osservatori internazionali citati da IRNA convergano su un punto: nel lungo periodo, una soluzione negoziale appare più sostenibile rispetto al tentativo di risolvere con la forza una delle aree strategicamente più sensibili del pianeta.


