"Lamine Yamal ha scelto di fomentare l'ostilità contro Israele e alimentare l'odio mentre i nostri soldati stanno combattendo l'organizzazione terroristica Hamas, un'organizzazione che il 7 ottobre ha massacrato, stuprato, bruciato e ucciso bambini, donne e anziani ebrei.Chi sostiene questo tipo di messaggio dovrebbe chiedersi: lo considera umanitario? Lo considera morale?In qualità di Ministro della Difesa dello Stato di Israele, non rimarrò in silenzio di fronte all'incitamento contro Israele e contro il popolo ebraico.Mi aspetto che un club grande e rispettato come FC Barcelona prenda le distanze da queste dichiarazioni e chiarisca senza ambiguità che non c'è spazio né per l'incitamento all'odio né per il sostegno al terrorismo".
Questo è quanto ha dichiarato sul proprio account social uno dei tanti delinquenti, probabilmente anche un disturbato mentale, che compongono il genocidario esecutivo dello Stato ebraico di Israele, il ministro della Difesa Israel Katz.
Che cosa ha fatto Lamine Yamal?
Durante la parata per festeggiare la vittoria in campionato del Barcellona, dall'autobus che insieme ai suoi compagni attraversava le ali di folla, il calciatore ha chiesto una bandiera palestinese che veniva sventolata da un tifoso e l'ha a sua volta tenuta e sventolata per mostrare sostegno al popolo palestinese.
The moment Lamine Yamal asked to raise the Palestine flag yesterday 🇵🇸❤️
— Reshad Rahman (@ReshadFCB) May 12, 2026
Class. pic.twitter.com/2fq0ICTB2Q
Ieri, sulla pagina Facebook del fan club ufficiale del Barcellona in Israele è comparso un post in ebraico che è stato indicato come inviato dal club. Questo il testo tradotto in italiano:
"L'FC Barcelona è orgoglioso di rappresentare una comunità globale di tifosi provenienti da diverse origini, culture e nazionalità, inclusa la comunità israeliana.In questo contesto, è importante per noi chiarire che il momento in questione, durante i festeggiamenti per la vittoria del campionato della Liga, non intendeva veicolare alcun messaggio politico da parte dell'FC Barcelona. Inoltre, rinunciamo a qualsiasi messaggio diretto contro qualsiasi comunità, stato o nazione.Ci teniamo a sottolineare che l'episodio in questione non è stato pianificato in anticipo da alcun dirigente legato all'FC Barcelona, ma si è verificato spontaneamente, durante i festeggiamenti con centinaia di migliaia di tifosi in strada, rappresentanti di una grande diversità di culture e simboli.L'FC Barcelona rimane fedele ai valori di rispetto, inclusione, diversità e dialogo.Comprendiamo perfettamente che le immagini e i video abbiano causato disagio o delusione tra i tifosi israeliani e rispettiamo pienamente i vostri sentimenti e la sensibilità che questioni di questo tipo possono suscitare.A nome dell'FC Barcelona, ringraziamo sinceramente la comunità di tifosi israeliani per il continuo supporto dimostrato al club nel corso degli anni".
Il fan club israeliano, nel post in cui ha condiviso la dichiarazione, ha ringraziato la squadra per la sua “risposta importante e formale”, paragonandola ad altre squadre che hanno evitato di rispondere direttamente a controversie simili.
Peccato, però, che la pagina Facebook relativa alla "famigerata" nota del club catalano sia stata prontamente rimossa. Evidentemente, i simpatici tifosi israeliani del Barca si sono inventati di sana pianta il comunicato che non compare su nessuna delle pagine ufficiali del club.
In compenso, "l'iniziativa" ha fatto sì che il premier spagnolo Sanchez prendesse posizione su quanto accaduto. In questo caso il post è vero!
Quienes consideran que ondear la bandera de un Estado es “incitar al odio”, o han perdido el juicio o han sido cegados por su propia ignominia.
— Pedro Sánchez (@sanchezcastejon) May 14, 2026
Lamine solo ha expresado la solidaridad por Palestina que sentimos millones de españoles. Otro motivo más para estar orgullosos de él.
Questa la traduzione:
"Chi considera “incitamento all'odio” lo sventolare la bandiera di uno Stato, o ha perso il senno oppure è stato accecato dalla propria ignominia.Lamine Yamal ha semplicemente espresso la solidarietà verso la Palestina che sentono milioni di spagnoli. Un motivo in più per essere orgogliosi di lui".
Basta una bandiera palestinese sventolata durante una festa calcistica per scatenare l'ennesima offensiva propagandistica del governo israeliano. Lamine Yamal, giovane talento del Barcelona, secondo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, sarebbe colpevole di aver “alimentato l'odio” semplicemente mostrando solidarietà al popolo palestinese durante la parata per la vittoria della Liga.
La scena è nota: un tifoso porge una bandiera palestinese al calciatore, che la prende e la sventola dall'autobus scoperto insieme ai compagni. Un gesto spontaneo, simbolico, persino prevedibile in una Spagna dove milioni di persone guardano con sgomento alla devastazione di Gaza. Eppure, nella narrazione costruita dai vertici israeliani, quel gesto diventa improvvisamente “incitamento”, quasi un atto di sostegno al terrorismo.
È qui che emerge il tratto più inquietante della propaganda politica israeliana contemporanea: la sistematica cancellazione della distinzione tra solidarietà ai palestinesi e antisemitismo, tra critica a Israele e odio verso gli ebrei, tra dissenso politico e apologia del terrorismo. Una strategia comunicativa che punta a delegittimare qualsiasi voce critica attraverso accuse moralmente devastanti, trasformando ogni simbolo palestinese in una minaccia ideologica.
Le parole di Katz non sono soltanto sproporzionate. Sono l'espressione di un clima politico radicalizzato, in cui il governo israeliano tenta di esportare all'estero il proprio linguaggio emergenziale e bellico, pretendendo che club sportivi, artisti, giornalisti e governi stranieri si adeguino a una linea narrativa rigidissima: chi mostra empatia per i palestinesi viene immediatamente sospinto nell'area dell'ostilità verso Israele.
Ancora più controversa appare la vicenda del presunto comunicato in ebraico attribuito al Barcellona. Il testo, pubblicato dal fan club israeliano della squadra, sosteneva che il gesto di Yamal non rappresentasse alcuna posizione politica del club e si spingeva quasi a chiedere scusa ai tifosi israeliani “offesi” dalle immagini. Il problema è che quel comunicato non è mai comparso sui canali ufficiali del Barcellona. Nessuna traccia sul sito della società, nessuna pubblicazione sugli account verificati del club. Poco dopo, persino il post che lo rilanciava è stato rimosso.
Un episodio che alimenta inevitabilmente interrogativi pesanti sulla costruzione artificiale delle narrative mediatiche attorno a Israele e Palestina. Perché diffondere un testo attribuito a un club internazionale senza che esista una conferma ufficiale? Perché creare l'impressione di una retromarcia del Barcellona se quella presa di posizione non è mai stata realmente formalizzata?
Nel frattempo, mentre la macchina polemica israeliana cercava di trasformare un gesto simbolico in un caso diplomatico, è arrivata la risposta del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha demolito l'impianto accusatorio con parole durissime: considerare “incitamento all'odio” lo sventolare la bandiera di uno Stato significa aver “perso il senno” oppure essere “accecati dalla propria ignominia”.
Una presa di posizione significativa non solo sul piano politico, ma anche culturale. Perché il nodo centrale ormai è evidente: il governo israeliano non sembra più tollerare nemmeno la semplice manifestazione pubblica di solidarietà verso i palestinesi, tentando di imporre una lettura assoluta del conflitto nella quale ogni dissenso viene assimilato a ostilità antiebraica.
Il risultato è un clima tossico nel quale lo spazio del dibattito democratico si restringe progressivamente. Atleti, artisti e figure pubbliche vengono sottoposti a campagne di pressione internazionale per un gesto, una frase o persino un simbolo mostrato per pochi secondi. E ogni volta il copione si ripete: accuse di odio, richieste di scuse, inviti alla censura, costruzione di scandali mediatici spesso sproporzionati rispetto ai fatti.
Nel caso Yamal, però, l'operazione si è rovesciata contro chi l'ha promossa. Perché milioni di persone hanno visto con i propri occhi ciò che realmente è accaduto: un ragazzo che sventola una bandiera palestinese durante una festa popolare. E hanno visto, subito dopo, la reazione furibonda di un apparato politico incapace di accettare che, nel mondo, cresca sempre di più una sensibilità critica verso le politiche dello Stato israeliano e verso la tragedia umanitaria che si consuma a Gaza.


