Ottant'anni. Ottant'anni dalla nascita della Repubblica Italiana. Ottant'anni da quel 2 giugno 1946 in cui milioni di italiani, e per la prima volta anche le donne, scelsero di voltare pagina dopo il disastro della monarchia complice del fascismo e dopo la tragedia della guerra voluta da Benito Mussolini.

La Repubblica non nacque nel vuoto. Nacque dalle macerie del fascismo. Nacque dalla Resistenza. Nacque dal sacrificio di migliaia di uomini e donne che pagarono con la vita la lotta contro la dittatura. E nacque da una scelta precisa: costruire uno Stato democratico fondato sull'antifascismo.

Per questo motivo la celebrazione dell'80° anniversario della Repubblica pone una domanda inevitabile alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al suo partito, Fratelli d'Italia: con quale credibilità si può celebrare la Repubblica antifascista senza fare fino in fondo i conti con il fascismo?

La questione non è accademica. Non riguarda dispute tra storici. Riguarda fatti politici concreti.

Giorgia Meloni ha più volte orgogliosamente rivendicato, anche di recente, la figura di Giorgio Almirante come parte della propria formazione politica. Almirante non fu un semplice conservatore. Fu un dirigente della Repubblica Sociale Italiana, il regime collaborazionista che, sotto occupazione nazista, partecipò alla repressione degli oppositori e alla caccia agli antifascisti. È una figura che appartiene direttamente alla storia del neofascismo italiano.

Nessuno pretende che Meloni rinneghi la propria biografia. Ma è inevitabile chiedersi come possa conciliarsi la celebrazione della Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo con la continua valorizzazione politica e simbolica di uno dei principali eredi di quella tradizione.

L'incoerenza diventa ancora più evidente quando si osservano un episodio  avvenuto pochi giorni fa, la decisione degli esponenti di Fratelli d'Italia di non partecipare all'affissione della targa commemorativa presso il seggio numero 14, dal quale Giacomo Matteotti pronunciò il celebre discorso con cui denunciò le violenze, i brogli e le intimidazioni del regime fascista.

Quel discorso non fu un semplice intervento parlamentare. Fu un atto di coraggio civile.

Matteotti denunciò pubblicamente i crimini del fascismo quando molti tacevano. Pochi giorni dopo venne rapito e assassinato da una squadraccia fascista. Il suo assassinio, la cui responsabilità fu rivendicata pubblicamente da Mussolini, rappresenta uno degli episodi più drammatici della distruzione della democrazia liberale in Italia.

Disertare una commemorazione che ricorda quel gesto significa inviare un messaggio politico preciso. Significa considerare ancora oggi scomoda e imbarazzante una memoria che dovrebbe invece appartenere all'intero arco costituzionale.

È questo il punto centrale. Governare la Repubblica significa anche rappresentarne i valori fondativi... e questo Giorgia Meloni, come il suo partito, non dà l'idea di averlo ancora compreso.

I valori fondativi della Repubblica italiana non sono neutrali rispetto al fascismo.

La Costituzione non è nata da una generica aspirazione alla libertà. È nata come risposta alla dittatura. L'articolo 3 nasce contro le discriminazioni del regime. L'articolo 21 nasce contro la censura. L'articolo 49 nasce contro il partito unico. L'intera architettura costituzionale è costruita per impedire il ritorno di ciò che il fascismo rappresentò.

Per questo l'antifascismo non è una bandiera di parte. È il certificato di nascita della Repubblica.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione della destra post-missina. Da una parte rivendica il diritto di guidare il Paese e di rappresentarne le istituzioni. Dall'altra continua a mantenere un rapporto ambiguo con la propria eredità storica, evitando una netta cesura simbolica e culturale con il fascismo.

Nel giorno in cui l'Italia celebra ottant'anni di Repubblica, il problema non è se Giorgia Meloni possa partecipare alle cerimonie ufficiali. Certamente può farlo, e deve farlo in quanto presidente del Consiglio.

La domanda è un'altra.

Può essere pienamente credibile nel presenziare la celebrazione della Repubblica antifascista quando proviene da una classe dirigente che continua a rendere omaggio ai padri nobili del neofascismo e che fatica perfino a condividere una commemorazione dedicata a Giacomo Matteotti?

Ottant'anni dopo la Liberazione e ottant'anni dopo la nascita della Repubblica, l'Italia merita una risposta chiara. Perché non esiste Repubblica senza memoria e non esiste memoria repubblicana senza il riconoscimento del fatto storico più semplice e più evidente di tutti: la Repubblica italiana è nata contro il fascismo, non accanto ad esso.

E i veri patrioti sono i partigiani e  coloro che oggi ne ricordano la memoria, il coraggio e il sacrificio. 

Viva l'Italia repubblicana e antifascista.