Ci raccontano che la prevenzione è “un percorso continuo”, che va coltivato con costanza, ascolto e fiducia nel proprio medico. Peccato che nella realtà italiana questa visione resti più un manifesto utopico che una pratica diffusa. La retorica della “cura di sé” fa bella figura nei convegni e nelle brochure patinate, ma si scontra con ambulatori intasati, liste d’attesa infinite e un sistema sanitario che spinge la prevenzione in fondo alla fila, dopo l’urgenza, l’emergenza e la burocrazia.

Parliamo tanto di “equilibrio tra corpo, mente e ambiente”, ma dimentichiamo che non tutti hanno un medico di base che li ascolta davvero. Le visite specialistiche? Se non si è disposti a pagare privatamente, si rischia di fare in tempo a cambiare fascia d’età prima di ottenere un appuntamento. È ironico: il testo parla di “intervenire prima che il sintomo compaia”, ma spesso il sistema ti lascia aspettare finché il sintomo non è già esploso.

Dai 18 ai 39 anni, ci dicono, bisogna “imparare a conoscersi”. Giusto, ma dove sono i percorsi di educazione sanitaria? Chi spiega davvero ai giovani come leggere un referto o capire un valore sballato nel sangue? Siamo bombardati da influencer che parlano di diete e integratori, ma il medico di base spesso non ha neanche il tempo di guardarti in faccia. La “consapevolezza” si riduce a cercare sintomi su Google e a fare diagnosi fai-da-te.

Poi arrivano i quaranta, “il momento di rafforzare la prevenzione”. Ma con quali mezzi? Chi lavora dodici ore al giorno, chi non ha un’azienda che riconosce un giorno di permesso per un esame, chi vive in zone dove gli ambulatori pubblici chiudono a mezzogiorno, come fa? Qui la prevenzione diventa privilegio: se hai soldi, tempo e conoscenze, ti controlli; altrimenti incroci le dita e vai avanti.

Superati i cinquanta, il messaggio è chiaro: “consolidare la prevenzione”. Ma lo Stato, nel frattempo, ha consolidato solo i tagli alla sanità pubblica. Gli screening oncologici vengono annunciati con toni trionfali, ma nelle regioni meno fortunate spesso non arrivano nemmeno le lettere di convocazione. La prevenzione si trasforma in una lotteria geografica: a Milano ti chiamano, a Caltanissetta devi arrangiarti.

E poi, dai sessantacinque in su, ci dicono che la priorità è “mantenere l’equilibrio”. Giusto, ma è difficile restare in equilibrio su un sistema sanitario che barcolla. Gli anziani vengono invitati a “coltivare relazioni sociali” mentre chiudono i centri di aggregazione e mancano i fondi per l’assistenza domiciliare. Si parla di “dialogo costante con i professionisti della salute”, ma la realtà è fatta di ricette online e medici che non rispondono al telefono.

La verità è che la prevenzione non è solo un elenco di esami e consigli, ma un diritto concreto che in Italia è diventato un miraggio. La guida di Club Professioni Mediche, con le sue tabelle e i suoi protocolli, può anche essere impeccabile sul piano scientifico, ma senza una sanità accessibile, efficiente e umana resta carta stampata.

La prevenzione dovrebbe essere un pilastro del sistema, non un optional per chi può permetterselo. Finché non si investirà seriamente in personale, strutture e formazione, continueremo a parlare di salute come di un ideale astratto, buono per le conferenze ma lontano dalla vita reale.
La verità, cruda e semplice, è che oggi in Italia la prevenzione è predicata da molti, praticata da pochi e garantita a nessuno.