Esteri

Iran sotto pressione tra repressione interna e nuove minacce economiche americane

In Iran la tensione è ormai diventata una presenza quotidiana. Le proteste che attraversano il Paese da settimane hanno spinto le autorità a una risposta durissima: secondo stime di organizzazioni indipendenti, il numero degli arresti avrebbe superato quota 10.700. Una cifra che racconta meglio di qualsiasi slogan il clima che si respira nelle città iraniane, tra piazze presidiate, controlli serrati e una rete internet spesso rallentata o interrotta per limitare la circolazione di notizie e immagini.

Alla base delle manifestazioni ci sono motivi concreti e molto poco ideologici: inflazione alle stelle, salari che non tengono il passo con il costo della vita, difficoltà crescenti per famiglie e imprese. Con il passare dei giorni, però, la protesta economica si è trasformata in qualcosa di più ampio, mettendo in discussione l’assetto politico del Paese e il ruolo delle istituzioni religiose. La risposta dello Stato è stata quella classica dei momenti di paura: arresti di massa, processi rapidi e una comunicazione ufficiale che parla di “disordini” e “influenze straniere”.

Mentre l’Iran cerca di contenere il fronte interno, dall’estero arriva un’ulteriore fonte di pressione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato l’intenzione di imporre dazi del 25% su tutte le merci provenienti da Paesi che continuano a fare affari con Iran. Un messaggio diretto e senza troppi giri di parole: chi commercia con Teheran pagherà un prezzo salato sul mercato americano.

La misura punta a isolare economicamente l’Iran, ma rischia di avere effetti a catena ben oltre i confini del Paese. Tra i partner commerciali di Teheran ci sono attori fondamentali come Cina, India, Turchia e diversi Paesi del Medio Oriente, legati soprattutto dalle forniture energetiche. Colpirli con dazi generalizzati significa toccare equilibri già fragili, in un momento in cui l’economia globale non brilla certo per stabilità.

Sul piano diplomatico le reazioni sono state contrastanti. Da un lato, alcuni governi occidentali hanno condannato la repressione delle proteste e mostrato sostegno ai manifestanti. Dall’altro, diversi Paesi coinvolti negli scambi con l’Iran vedono nei dazi americani una forzatura che rischia di trasformare una crisi regionale in un problema globale.

Dentro l’Iran, intanto, la situazione resta incerta. Le proteste non sembrano spegnersi e la linea dura del governo non dà segnali di allentamento. Fuori, la pressione economica cresce. In mezzo, come spesso accade, c’è una popolazione che si ritrova stretta tra difficoltà quotidiane, repressione e decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Una partita complessa, giocata su più tavoli, in cui per ora nessuno sembra disposto a fare il primo passo indietro.
 

Le Vittime della repressione del regime

In breve, non c’è un numero ufficiale certo. Le stime più accreditate parlano di migliaia di morti, ma con differenze enormi a seconda delle fonti.

Fonti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani stimano tra 1.500 e 3.000 morti legati direttamente alla repressione delle proteste più recenti, includendo manifestanti e in alcuni casi anche membri delle forze di sicurezza.
Autorità iraniane, quando ammettono cifre, parlano di numeri più bassi o comunque nell’ordine di qualche migliaio, senza mai fornire elenchi verificabili.


Fonti dell’opposizione in esilio indicano cifre molto più alte, che vanno da oltre 10.000 fino a 15–20.000 morti se si sommano tutte le vittime delle varie ondate repressive degli ultimi anni.
Il motivo di questa forbice enorme è sempre lo stesso: censura, blackout informativi, arresti di giornalisti e impossibilità di verifiche indipendenti sul campo.

Per molti osservatori vi sono almeno alcune migliaia di morti, con il numero reale probabilmente più alto di quello ammesso ufficialmente.


 
 

Autore Stampa Italiana - News e Società
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