Italia–Egitto, la stretta di mano che cancella Giulio Regeni
Il Ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha incontrato oggi al Viminale il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik. Questa la nota diffusa al riguardo dal Viminale:
«Il dialogo tra i nostri Paesi - ha dichiarato Piantedosi - ha un valore strategico perché si inserisce in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo. Proprio per questo è fondamentale la nostra azione comune di contrasto ai trafficanti di esseri umani, attraverso lo scambio di informazioni e l'intensificazione dell'attività info-investigativa».I due Ministri hanno espresso soddisfazione per l'ottima cooperazione tra le Forze di Polizia che hanno sviluppato una collaborazione molto proficua, anche attraverso progetti formativi, in materia di migrazione e gestione delle frontiere, di lotta al narcotraffico, di contrasto alle organizzazioni criminali e al cybercrime.Nel corso del colloquio si è discusso dell'importanza delle campagne informative, per scoraggiare flussi irregolari gestiti da reti criminali senza scrupoli.
C'è un'assenza che pesa più di tutte nel comunicato diffuso dal Viminale. Un'assenza assordante, imbarazzante, politicamente e moralmente indecente: il nome di Giulio Regeni.
Nel resoconto ufficiale dell'incontro tra il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik, Regeni semplicemente non esiste.
Non una riga.
Non un accenno.
Non una richiesta di verità o di giustizia.
Eppure parliamo di un cittadino italiano torturato e ucciso al Cairo, con responsabilità gravissime che da anni chiamano in causa apparati dello Stato egiziano. Un caso che dovrebbe essere il minimo sindacale di qualunque rapporto istituzionale tra Italia ed Egitto. Invece, nulla.
Al suo posto, il linguaggio freddo e compiacente della “cooperazione strategica”, della “stabilità nel Mediterraneo”, dello “scambio info-investigativo”. Un lessico burocratico che suona come una resa politica: sicurezza e affari prima dei diritti umani, prima della verità, prima della dignità nazionale.
Piantedosi parla di “azione comune contro i trafficanti di esseri umani”. Paradossale. Perché si stringe la mano a un regime accusato da organizzazioni internazionali di sparizioni forzate, torture sistematiche e repressione brutale del dissenso. Con quale credibilità l'Italia predica legalità e diritti mentre normalizza rapporti con chi li calpesta?
Il ministro esprime “soddisfazione” per l'ottima cooperazione tra le forze di polizia. Soddisfazione. La stessa parola che stride con anni di depistaggi, silenzi e rifiuti di collaborazione giudiziaria sul caso Regeni. Come se tutto questo potesse essere archiviato in nome del controllo dei flussi migratori o della lotta al narcotraffico.
Il messaggio politico è chiarissimo, anche se non dichiarato: Regeni è un problema del passato, un fastidio da rimuovere per non disturbare relazioni considerate “strategiche”. Il governo Meloni, con Piantedosi in prima linea, sceglie la continuità peggiore: quella della realpolitik senza spina dorsale, dove i valori costituzionali vengono sacrificati sull'altare della convenienza.
E allora diciamolo senza ipocrisie: questo incontro non è solo un atto diplomatico. È una presa di posizione. Ed è una presa di posizione contro la memoria di Giulio Regeni, contro la sua famiglia, contro il diritto dei cittadini italiani a sapere la verità quando uno di loro viene assassinato all'estero.
Il silenzio non è neutrale.
Il silenzio è una scelta.
E in questo caso è una scelta vergognosa.