Che sia un importante quotidiano francese come Le Figaro, a ricordarci chi governa l’Italia e con quali risultati, è un paradosso che dice molto più di mille analisi nostrane. Perché da noi, ormai, la politica è diventata un gioco al massacro in cui contano solo le tifoserie e mai il merito. Se lo dice “l’altro”, è per forza sbagliato. Se governano “quelli la”, tutto quello che fanno va delegittimato a prescindere. È un riflesso condizionato che da decenni condanna il dibattito pubblico italiano all’infantilismo permanente.

E invece no: Giorgia Meloni – piaccia o meno, e molti faticano ad ammetterlo – ha dimostrato ciò che nessuno prima era riuscito a fare in così poco tempo. Governa da quasi tre anni in un Paese dove i governi durano mediamente quattordici mesi. Ha una maggioranza solida, costruita su un’alleanza che, pur tra contraddizioni e promesse non ancora mantenute (immigrazione, sicurezza, pensioni, salari, fisco), tiene. Mantiene un consenso personale intorno al 37% e un partito vicino al 30%. E, udite udite, ha restituito all’Italia una voce riconoscibile sulla scena internazionale, capace di parlare con Trump e con Macron, con Zelensky e con Modi, senza complessi d’inferiorità e senza inciampare nei provincialismi che ci hanno spesso ridicolizzati all’estero.

Eppure, da noi, tutto questo viene sistematicamente minimizzato. Si preferisce sminuire, denigrare, ironizzare. Perché? Perché in Italia riconoscere il valore dell’avversario è considerato un tradimento. E così l’opposizione continua a balbettare slogan e a dividersi su tutto, incapace persino di elaborare una proposta alternativa coerente. Anzi, spesso sembra tifare più per il fallimento del governo che per il successo del Paese.

Questo atteggiamento non è solo miope: è pericoloso. Perché se davvero crediamo che l’Italia debba contare in Europa e nel mondo, se vogliamo affrontare le sfide epocali che ci aspettano – dalla gestione dei flussi migratori alla transizione ecologica, dalla riforma della giustizia al futuro dell’Unione Europea, dalla riforma delle pensioni all'adeguamento dei salari al costo della vita, dall'evasione fiscale ad una tassazione più equa, ecc, ecc, – allora serve un salto di maturità collettivo. E questo significa una cosa semplice: sostenere ciò che è giusto, anche quando a proporlo è “quello che non votiamo”.

Il punto non è idolatrare Giorgia Meloni né accettare acriticamente le sue scelte. Il punto è capire che oggi, nel deserto della leadership globale, lei è una delle poche figure capaci di mantenere consenso e governare con continuità. Questo dovrebbe bastare per smettere di giocare al tiro al bersaglio quotidiano e iniziare, almeno sui grandi temi, a costruire un fronte comune.

Ma per farlo, la politica italiana dovrebbe emanciparsi dal suo vizio più antico: l’odio ideologico come motore unico dell’azione. E qui sì, siamo ancora molto lontani. Le Figaro ce lo ricorda con eleganza e dati alla mano. Noi, invece, continuiamo a non volerlo sentire.
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 Un estratto dell'articolo de Le Figaro


"Il 25 settembre 2022 Giorgia Meloni vinceva nettamente le elezioni legislative. Tre anni dopo, è saldamente insediata a Palazzo Chigi e il suo governo è già il quarto più longevo della storia della Repubblica italiana". In Italia, "dove la durata media di un esecutivo dal 1946 non supera i quattordici mesi, arrivare a tre anni è già un’impresa. Se tra un anno sarà ancora lì, Meloni supererà il secondo governo Berlusconi (2001-2005), il più lungo della Repubblica. Sogna soprattutto di arrivare a fine legislatura: non è mai accaduto". Lo scrive il quotidiano francese Le Figaro in un'analisi sulla situazione politica italiana intitolata 'In tre anni alla guida dell'Italia, il percorso senza errori di Giorgia Meloni'.

 
"Mentre molti leader europei vedono erodersi la loro base elettorale, Meloni mantiene una popolarità personale al 37% – più alta che all’inizio – e il suo partito sfiora il 30% delle intenzioni di voto. Forte di questo consenso, ha già avviato la battaglia per le legislative del 2027. Il suo vero obiettivo è restare dieci anni al potere". Giorgia Meloni, rileva il quotidiano, "è arrivata a Palazzo Chigi nelle condizioni ideali: le urne hanno dato una maggioranza chiara in Parlamento. Non una coalizione fragile e improvvisata, ma un blocco di destra disciplinato, nato da un patto pre-elettorale tracciato nel 1994 da Silvio Berlusconi. Un’alleanza in cui convivono tre sensibilità, dalla destra moderata e pro-europea di Forza Italia, alla conservatrice e nazionalista di Fratelli d’Italia, fino alla nazionalista-autonomista della Lega. Oggi Fratelli d’Italia domina ampiamente, mentre gli alleati restano tra l’8% e il 9%. Così la legittimità della premier non è mai messa in discussione, anche perché l’opposizione resta frammentata e incapace di unirsi".

"Come Berlusconi e Renzi, ha costruito credibilità sull’attivismo internazionale, restando nella tradizione europeista e atlantista dell’Italia. Parla correntemente inglese, francese e spagnolo, e difende la presenza degli Stati Uniti in Europa. Per lei -viene rilevato- è impensabile rischiare lo scontro con Trump, anche quando l’imprevedibile presidente mette in difficoltà gli alleati. Sulle iniziative europee adotta spesso tattiche dilatorie: rinvia, tergiversa e infine propone vie di mezzo. È stato così sulla Palestina, quando all’Onu ha annunciato il sostegno a una mozione di riconoscimento, ma solo a due condizioni: liberazione degli ostaggi e esclusione di Hamas dal governo del futuro Stato". Meloni "è diventata un’attiva sostenitrice dell’Unione europea, pur volendo cambiarla dall’interno. Rifiuta l’idea federale e sostiene un’Europa delle Nazioni. Non potendo modificare l’architettura istituzionale, cerca di orientare le politiche: spostarle a destra, irrigidire la gestione migratoria, rallentare il Green Deal". E anche i rapporti con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella "restano cordiali". Riuscirà "a restare dieci anni al potere? Sulla carta, sì. Ma il referendum del 2026 sulla riforma della giustizia -sottolinea Le Figaro- potrebbe trasformarsi in un voto sulla sua persona, come accadde a Renzi e Berlusconi. L’esito non è scontato".