La mini-manovra della Meloni: austerità mascherata e regali ai soliti noti
Due Consigli dei ministri per approvare una mini-manovra da quattro soldi — la quarta del governo Meloni — eppure sbandierata come un grande passo avanti. In realtà è la più modesta dal 2014, e non per caso: l'Italia è inchiodata all'austerità, quella vera, ma con una vernice patriottica sopra.
Il Documento programmatico di Bilancio e il Decreto Economia sono stati inviati a Bruxelles per l'approvazione dei revisori europei. Quei numeri che ogni 15 ottobre bisogna consegnare a testa bassa alla Commissione: il rituale della sudditanza. E come sempre, il governo decide cosa tagliare, chi deve pagare, e chi invece si salva. Si discute di contributi delle banche e di pensioni "da ricalibrare", ma il finale è già scritto: a pagare saranno i soliti, i lavoratori e i pensionati.
Venerdì si capirà come verranno distribuiti i fondi. Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia, ha ricordato che partiamo da –80 miliardi di euro solo per coprire gli interessi sul debito pubblico. Tradotto: ogni anno, tutto ciò che lo Stato incassa va in tasca ai creditori. E mentre la crescita è inchiodata allo 0,5%, ma solo grazie alPNRR che scade nel 2026, l'unica "sostenibilità" che resta è quella del sacrificio.
Giorgetti dice che l'Italia "ha una voce in capitolo" perché ha una "sostenibilità finanziaria". Una barzelletta vecchia come l'austerità di Mario Monti. È il solito racconto tossico: essere poveri ma "credibili", tagliare i servizi, ma essere "seri". Il nuovo patto di stabilità Ue, firmato dal governo Meloni, è la stessa gabbia di sempre — solo con un fiocco tricolore sopra.
La verità è che questa linea politica strozza la crescita, distrugge lo Stato sociale e mantiene bassi i salari. E Giorgetti ne è il perfetto portavoce: la voce delle classi dominanti travestita da "buon padre di famiglia".
La novità di ieri è una manovra da 18 miliardi, gonfiata a colpi di tagli alla spesa sociale per 10 miliardi, mentre le banche e le assicurazioni "contribuiscono" con 4,5 miliardi… che poi gli verranno restituiti, come sempre. Il sistema finanziario ringrazia.
Il governo Meloni vende la riduzione dell'Irpef dal 35% al 33% come una rivoluzione: nella realtà, è una mancia da 440 euro l'anno per chi lavora, a fronte di una spesa pubblica da 9 miliardi. Una bandierina politica inutile, regressiva e puramente propagandistica... basti pensare ai prezzi del carrello della spesa in costante e progressivo aumento. Prezzi che, curiosamente, incidono relativamente sull'andamento dell'inflazione, ma che, invece, incidono pesantemente sulla spesa familiare, specialmente delle famiglie numerose.
Nel frattempo, si ripropone il condono fiscale travestito da "rottamazione" — rate in nove anni, acconto al 5%, e la solita strizzata d'occhio agli evasori.
L'idea dell'esclusione della prima casa dall'Isee, voluta dalla Lega, è già ridimensionata: da un buco fiscale gigantesco a una misura da 500 milioni. Qualcuno si è finalmente accorto che la "flat tax del ceto medio" avrebbe mandato a gambe all'aria l'intero sistema.
E i salari? Due miliardi nel 2026 per "adeguarli al costo della vita". Una promessa senza corpo, buona solo per un titolo di giornale. Intanto l'inflazione continua a rosicchiare gli stipendi e le pensioni.
Sul fronte previdenziale, si parla di "sterilizzare parzialmente" l'aumento dell'età pensionabile dal 2027. Traduzione: si rinvia di qualche mese il problema, mentre milioni di lavoratori restano intrappolati in una trappola che chiamano "riforma".
Alla fine, questa manovra non è altro che un esercizio di obbedienza all'Europa, una dichiarazione di fedeltà al mercato, e una condanna per chi vive di lavoro. Si taglia il welfare per finanziare la "credibilità". Si accarezza la finanza per mostrare "stabilità".
La verità è semplice: il governo Meloni non governa per la maggioranza sociale del Paese, ma per chi già ha potere e ricchezza. E questa mini-manovra ne è la prova più lampante: piccola nei numeri, ma enorme nel tradimento delle promesse.
Infine, stavolta, all'elenco degli scontenti si aggiunge pure Confindustria che, in vista della fine del PNRR, chiede al governo di illustrare ciò che finora ha sempre ignorato: linea di politica industriale, investimenti e risorse. Argomenti che continuano a rimanere un tabù.