C'è un momento, durante una conferenza a Londra, in cui il linguaggio del diritto internazionale crolla sotto il peso della realtà. Un giovane uomo piange in silenzio tra il pubblico. È un medico di Gaza. Si chiama Abdallah. In pochi minuti racconta l'indicibile: mentre correva a prendere la moglie, appena sposata, un bombardamento israeliano ha cancellato la sua intera famiglia. Padre, madre, fratelli, sorelle, zii, bambini. Tutti morti. Lui vivo per caso. “Non ho più nessuno”.
Questo non è un dettaglio emotivo da cronaca laterale. È la sostanza del crimine. È Gaza oggi. È ciò che Israele ha fatto, continua a fare, e che il mondo finge di non vedere.
A parlare dal palco della SOAS University è Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Una delle poche voci istituzionali che osa chiamare le cose con il loro nome: genocidio, apartheid, occupazione illegale. Per questo Israele le ha vietato l'ingresso. Per questo gli Stati Uniti l'hanno colpita con sanzioni personali. Per questo è diventata un bersaglio. Ma anche per questo dice ciò che altri tacciono.
Dopo mesi di massacri trasmessi in diretta, il cosiddetto “cessate il fuoco” ha prodotto un risultato preciso: il silenzio. Meno giornalisti, perché Israele li ha uccisi. Meno immagini, perché Gaza è stata devastata. Meno attenzione, perché l'Occidente ha deciso che può tornare agli affari. È la stessa dinamica già vista in Rwanda, in Bosnia, nella Shoah: si sapeva, e non si è fatto nulla.
La differenza è che questa volta tutto è stato filmato.
Israele non può più nascondersi dietro l'ignoranza. Le organizzazioni per i diritti umani israeliane lo documentano. I soldati che “rompono il silenzio” lo raccontano. Alcuni non reggono e si suicidano. Eppure una parte consistente della società israeliana non solo sa, ma approva. Dopo Sabra e Shatila ci fu indignazione. Dopo la Prima Intifada ci fu protesta. Oggi si celebrano stupri e torture di prigionieri palestinesi. Questa è la misura della decomposizione morale.
Albanese è chiara: non si può brutalizzare un altro popolo senza perdere la propria umanità. L'apartheid non imprigiona solo i palestinesi, imprigiona anche chi lo pratica. E tuttavia la legge internazionale non è ambigua. La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l'occupazione israeliana è illegale. Deve finire. Totalmente e incondizionatamente. Ritiro delle truppe, smantellamento delle colonie, risarcimenti, diritto al ritorno dei profughi del 1967.
Non è un'utopia. È il diritto.
Ciò che manca non è la norma, ma la volontà politica. Israele continua a bombardare l'intera regione, protetto da un'idea coloniale ormai fuori tempo massimo e sostenuto da governi occidentali che predicano diritti umani e praticano complicità. Ma questa impunità non durerà. I sondaggi mostrano che le nuove generazioni non ci stanno. La domanda non è se Israele sarà costretto a fermarsi, ma quando.
Nel frattempo, si tenta di esautorare l'ONU e di affidare il futuro di Gaza a organismi imposti dall'alto, come il cosiddetto “Board of Peace” sponsorizzato dagli Stati Uniti, lo stesso Stato che ha armato e finanziato la distruzione. Un'assurdità politica e morale. Gaza non ha bisogno di amministratori coloniali, ma di autodeterminazione, cure, giustizia. Prima di ricostruire, bisogna indagare. I crimini non si coprono con il cemento.
Sul 7 ottobre, Albanese non fa sconti: gli attacchi contro civili israeliani sono crimini di guerra. Punto. Ma rifiuta la propaganda. Le accuse di “stupri di massa” ripetute ossessivamente non sono supportate da prove, così come le storie dei bambini decapitati o messi nei forni. Questo non significa negare le violenze sessuali, che vanno riconosciute e condannate sempre. Significa rifiutare la menzogna come strumento politico. Una menzogna usata per giustificare l'uccisione di decine di migliaia di civili palestinesi, l'85% dei morti secondo gli stessi dati militari israeliani.
Israele non ha il diritto di massacrare un popolo in nome della propria sicurezza. Nessuno Stato ce l'ha. La vera domanda, quando si chiede se Israele “ha il diritto di esistere”, è un'altra: ha il diritto di esistere come Stato di apartheid, senza responsabilità, sopra la legge? La risposta è no.
E mentre chi denuncia viene criminalizzato, l'Europa mostra il suo volto peggiore. In Germania vengono arrestati più ebrei che in qualsiasi altro anno dal dopoguerra, colpevoli di opporsi alla violenza israeliana. Nel Regno Unito si reprimono ONG e giornalisti. In Francia si vietano le proteste. In Italia si restringono libertà fondamentali. Tutto questo non difende Israele: lo isola e lo delegittima.
Il genocidio di Gaza non è solo una tragedia palestinese. È una prova storica. Sta mostrando chi siamo, cosa tolleriamo, quanto valgono davvero le parole “mai più”. Francesca Albanese lo dice senza retorica: “Never again” non è uno slogan del passato. È una scelta quotidiana.
Abdallah, il medico di Gaza, oggi cerca di ricostruire una vita nel Regno Unito. Ma la sua missione, come gli è stato detto, è raccontare. Perché se anche questa storia verrà sepolta sotto il rumore dell'indifferenza, allora il genocidio avrà vinto due volte.


