Mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua senza tregua, in tutto il territorio israeliano il suono delle sirene è diventato una presenza costante. Ma se per i cittadini ebrei esiste una rete capillare di rifugi e stanze protette, per centinaia di migliaia di cittadini palestinesi la domanda resta drammatica e senza risposta: dove mettersi al sicuro?

La disparità è evidente e documentata. Su oltre 11.700 rifugi pubblici presenti nel Paese, appena 37 si trovano in località arabe — meno dello 0,3% — e alcuni di questi risultano inutilizzabili. Un dato che fotografa una realtà ben più ampia: circa il 20% della popolazione israeliana vive, di fatto, senza adeguata protezione civile.

In molte comunità arabe, la protezione si limita a soluzioni di fortuna: stanze interne, corridoi, scale. Spazi che offrono ben poca sicurezza contro missili o schegge. Non si tratta di una carenza temporanea dovuta alla guerra, ma del risultato di decenni di politiche discriminatorie, sottoinvestimenti e pianificazione urbanistica escludente.

Gran parte delle abitazioni palestinesi, infatti, è stata costruita prima del 1992, quando Israele ha introdotto l’obbligo di stanze blindate (i cosiddetti “mamad”). Ma anche oggi, chi vorrebbe costruirne una spesso si scontra con ostacoli burocratici: permessi difficili da ottenere, vincoli urbanistici e progetti di riqualificazione che non partono mai nelle aree arabe.

Il risultato è che la sicurezza stessa diventa un privilegio, modellato da sistemi — accesso alla terra, autorizzazioni edilizie, sviluppo immobiliare — da cui i cittadini palestinesi sono stati storicamente esclusi.

Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti. Durante la guerra con l’Iran dello scorso anno, un missile ha colpito una casa nella città palestinese di Tamra, uccidendo quattro civili, tra cui due bambine. Episodi simili si sono verificati anche a Majd al-Krum e Shefa-‘Amr, dove schegge e razzi hanno causato vittime e feriti.

Negli ultimi giorni, altri attacchi hanno colpito villaggi e città arabe: razzi, droni e detriti hanno provocato feriti, incendi e distruzione. In queste condizioni, l’assenza di rifugi non è più una questione tecnica, ma una condanna.

Nelle cosiddette città miste — Lod, Ramla, Haifa, Giaffa — la disparità è visibile persino a livello di quartiere. Nelle zone ebraiche si trovano rifugi pubblici, strutture protette e persino installazioni mobili. Nei quartieri arabi, spesso, non c’è nulla.

A Lod, per esempio, oltre 3.000 persone possono contare su appena cinque rifugi mobili. In altri quartieri, l’unico riparo è una scuola troppo distante per essere raggiunta nei pochi secondi concessi dalle sirene.

La domanda resta senza risposta: cosa devono fare tutti gli altri? Restare in strada? Rifugiarsi in case con tetti di lamiera che non resisterebbero nemmeno alle schegge?

La situazione è ancora più grave nei villaggi beduini non riconosciuti del Naqab (Negev). Qui, per circa 165.000 residenti, esistono appena 64 spazi protetti. In molti casi, semplicemente, non esiste alcuna forma di protezione.

Di fronte all’inerzia statale, alcune organizzazioni hanno iniziato a installare rifugi mobili tramite raccolte fondi. Ma il messaggio implicito è chiaro: la sopravvivenza viene scaricata sulle comunità stesse.

Alla minaccia dei missili si aggiunge un’altra emergenza: la criminalità organizzata, che continua a colpire le comunità palestinesi. Dall’inizio della guerra, almeno 11 persone sono state uccise. Sparatorie, omicidi e attacchi armati restano all’ordine del giorno.

Per molti cittadini, questa violenza quotidiana rappresenta un pericolo persino più immediato della guerra. E mentre le proteste contro la criminalità si fermano a causa del conflitto, lo Stato sembra concentrarsi altrove. Dove altrove significa anche repressione del dissenso. I cittadini palestinesi rappresentano la principale opposizione interna alla guerra contro l’Iran, ma esprimere critiche può costare caro.

Arresti per post sui social, interrogatori, intimidazioni: il clima è sempre più pesante. Cantanti, attivisti, influencer e semplici cittadini sono finiti nel mirino per opinioni espresse online o persino per simboli identitari, come una bandiera palestinese.

In alcuni casi, le misure adottate dalle autorità hanno sollevato accuse di violazioni della libertà di espressione e di uso arbitrario del potere. Il risultato è un diffuso senso di paura: parlare apertamente è diventato rischioso.

I cittadini palestinesi di Israele si trovano così intrappolati in una doppia emergenza: la guerra che arriva dal cielo e la violenza — fisica e istituzionale — che cresce all’interno.

La mancanza di rifugi, come quella di sicurezza contro il crimine, non appare come un problema di risorse. Gli strumenti per intervenire esistono. Ciò che manca, denunciano attivisti e osservatori, è la volontà politica.

E mentre le sirene continuano a suonare, per una parte significativa della popolazione resta una verità difficile da ignorare: non tutti, in Israele, hanno lo stesso diritto a essere protetti.



Fonte: Locall Call - +972 Magazine