La guerra tra Israele e Iran entra in una fase ancora più pericolosa, con attacchi incrociati che non colpiscono più soltanto obiettivi militari, ma il cuore stesso dell'economia globale: l'energia. Nelle ultime ore, Teheran e Tel Aviv hanno lanciato nuovi raid reciproci, mentre il conflitto – iniziato il 28 febbraio con l'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele – si allarga sempre più al Medio Oriente e minaccia i mercati internazionali.
Israele ha colpito direttamente Teheran, prendendo di mira – secondo quanto dichiarato dall'esercito – “le infrastrutture del regime del terrore iraniano”. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: una pioggia di missili ha raggiunto Israele, facendo scattare le sirene a Tel Aviv e costringendo la popolazione nei rifugi mentre i sistemi di difesa aerea intercettavano parte degli ordigni.
Ma il vero salto di qualità riguarda un altro fronte: quello energetico.
Gli attacchi degli ultimi giorni hanno colpito infrastrutture strategiche in tutto il Golfo, trasformando il conflitto in una vera e propria guerra energetica. L'Iran ha preso di mira Ras Laffan, in Qatar, uno dei principali hub mondiali per il gas naturale liquefatto, responsabile di circa un quinto della produzione globale. I danni, secondo le stime, richiederanno anni per essere riparati.
Non solo. Attacchi con droni hanno colpito raffinerie in Kuwait, mentre anche un importante porto saudita sul Mar Rosso è finito nel mirino. Persino gli Emirati Arabi Uniti hanno segnalato una minaccia missilistica nelle prime ore del giorno, mentre il mondo islamico celebrava la fine del Ramadan.
Il messaggio di Teheran è chiaro: se le proprie infrastrutture energetiche vengono colpite, l'intera rete energetica globale diventa un bersaglio.
Il rischio più grande resta legato allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale. La possibilità che l'Iran ne blocchi il traffico ha già fatto impennare i prezzi dell'energia nei giorni scorsi, salvo poi un temporaneo calo dopo l'annuncio di misure occidentali per garantire la sicurezza della navigazione.
Stati Uniti, Europa e Giappone hanno promesso interventi per mantenere aperta la rotta, ma senza indicare tempi e modalità concrete. Le parole dei leader europei rivelano tutta la cautela – se non la riluttanza – a farsi trascinare in un conflitto dai contorni incerti.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiarito che qualsiasi intervento arriverà solo “a ostilità concluse”, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito che la priorità resta la de-escalation. In altre parole: nessuno vuole entrare in guerra.
Sul fronte politico emergono crepe evidenti tra Washington e Tel Aviv. Il presidente statunitense Donald Trump, sotto pressione per l'aumento dei prezzi dei carburanti in vista delle elezioni di midterm, ha intimato a Israele di non colpire ulteriormente le infrastrutture energetiche iraniane.
“Gli ho detto: non farlo, e non lo farà”, ha dichiarato riferendosi al premier Benjamin Netanyahu.
Parole smentite dai fatti. Israele ha infatti bombardato il gigantesco giacimento di gas South Pars, operazione che lo stesso Netanyahu ha rivendicato come autonoma. Una divergenza che segnala una strategia tutt'altro che coordinata tra i due principali attori del conflitto.
Anche all'interno dell'amministrazione americana emergono differenze: mentre Israele punta a colpire direttamente la leadership iraniana, Washington sembra concentrata su obiettivi più limitati, come la distruzione delle capacità missilistiche e navali di Teheran.
“Dal canto suo, l'Iran parla apertamente di “nuova fase del conflitto”. Il portavoce militare Ebrahim Zolfaqari ha lanciato un avvertimento esplicito: ogni nuovo attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane sarà seguito da una distruzione sistematica di quelle dei Paesi nemici e dei loro alleati.
Una minaccia tutt'altro che simbolica. Secondo QatarEnergy, gli attacchi iraniani hanno già messo fuori uso circa un sesto della capacità di esportazione di gas liquefatto del Paese, pari a un valore di 20 miliardi di dollari l'anno. I tempi di ripristino? Tra i tre e i cinque anni.
A quasi un mese dall'inizio delle ostilità, il bilancio è già drammatico: migliaia di morti, soprattutto in Iran e Libano, un'intera regione destabilizzata e un'economia globale sempre più esposta al rischio di shock energetico.
Se per Netanyahu la guerra sembra rafforzare la posizione interna, per Trump si sta trasformando in una trappola politica e strategica: un conflitto senza una chiara via d'uscita, che espone gli alleati del Golfo e mina la narrativa economica su cui aveva costruito il suo ritorno alla Casa Bianca.
E mentre le diplomazie europee restano alla finestra, una cosa appare sempre più evidente: la guerra tra Israele e Iran non è più solo una guerra regionale. È una crisi globale che passa, letteralmente, per il rubinetto dell'energia.


