La guerra tra Iran e l'asse Stati Uniti-Israele entra in una nuova, pericolosa fase: quella delle infrastrutture energetiche. Non più soltanto obiettivi militari, ma il cuore economico dei Paesi coinvolti. Un salto di qualità che, secondo gli analisti, segna un'escalation destinata ad avere effetti globali, dai prezzi del gas fino alla sicurezza alimentare.

A certificare il cambio di strategia è l'attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars, seguito dalla risposta iraniana con raid contro impianti energetici in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una dinamica che conferma la scelta di Teheran nel voler colpire la spina dorsale economica degli altri Paesi esportatori di petrolio e gas.

Teheran, ormai, non si limita più a risposte proporzionate: punta a superare la soglia dell'avversario, ampliando il conflitto e trasformandolo in una crisi energetica globale. L'obiettivo è chiaro: fare pressione sui mercati internazionali e costringere gli attori globali a fare i conti con il costo della guerra.

Oggi il Brent quota tra i 112 e i 114 dollari al barile (picchi intraday fino a 118–119 dollari), metre il WTI è scambiato a circa 97 dollari al barile. Ma è soprattutto il prezzo del gas naturale che ha raggiunto un prezzo che oscilla tra i 63 e i 68 €/MWh.

Il motivo? Il colosso QatarEnergy ha confermato danni gravissimi: gli attacchi iraniani hanno compromesso impianti che producono il 17% delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) del Paese.

Il CEO Saad al-Kaabi parla di una situazione senza precedenti: ci vorranno tra i tre e i cinque anni per ripristinare le infrastrutture colpite, costate circa 26 miliardi di dollari. Nel frattempo, l'azienda potrebbe essere costretta a dichiarare “forza maggiore” sui contratti a lungo termine, inclusi quelli diretti verso Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina.

Tradotto: forniture incerte, prezzi destinati a salire e nuove tensioni sui mercati energetici europei. Per Paesi come l'Italia, fortemente dipendenti dal GNL, il rischio è concreto.

Ma l'impatto della guerra non si ferma all'energia. A lanciare l'allarme è anche la direttrice generale dell'Organizzazione mondiale del commercio, Ngozi Okonjo-Iweala: il conflitto minaccia direttamente la sicurezza alimentare globale.

Il nodo è lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un terzo dei fertilizzanti azotati mondiali. Se le rotte venissero interrotte o rallentate, l'effetto sarebbe immediato: meno fertilizzanti disponibili, costi più alti e, di conseguenza, minori rese agricole.

Il rischio è una reazione a catena: gli agricoltori potrebbero ridurre l'uso di fertilizzanti e scegliere colture meno intensive, con un impatto diretto sulla produzione alimentare globale e sui prezzi. In altre parole, la guerra rischia di arrivare fino ai supermercati.

 A complicare ulteriormente il quadro ci sono le divergenze strategiche tra Washington e Tel Aviv. La direttrice dell'intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard, ha ammesso apertamente che i due alleati non condividono gli stessi obiettivi.

Israele punta a colpire la leadership iraniana, mentre gli Stati Uniti mirano a distruggere le capacità missilistiche e navali di Teheran. Una differenza non marginale, che rischia di rendere ancora più imprevedibile l'evoluzione del conflitto.

Il dato più inquietante è proprio questo: la guerra si sta “globalizzando” nei suoi effetti. Colpire energia e logistica significa coinvolgere direttamente economie e popolazioni ben oltre il Medio Oriente.

Prezzi dell'energia in aumento, forniture a rischio, fertilizzanti più costosi, cibo meno accessibile: è la nuova faccia di un conflitto che smette di essere regionale e diventa sistemico.

E tutto questo per una guerra sempre più difficile da giustificare sul piano politico e umano, ma capace di produrre conseguenze molto concrete nella vita quotidiana di milioni di persone. Il fronte non è più solo quello militare: è quello, invisibile ma decisivo, dell'economia globale.