Fischi, applausi, delegazioni che abbandonano l’aula. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è salito sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite tra contestazioni e clamore, come un protagonista consumato di un copione che va in scena da decenni: Israele parla, il mondo si divide, e l’ONU – quella che dovrebbe essere la voce della comunità internazionale – resta lì, spettatrice impotente.
Mai come questa volta però, Netanyahu è apparso isolato. Negli ultimi giorni Australia, Canada, Francia e Regno Unito hanno espresso sostegno al riconoscimento di uno Stato palestinese. L’Unione Europea ha aumentato la pressione diplomatica. E a inizio settembre l’Assemblea generale ha approvato una risoluzione non vincolante a favore della causa palestinese, definita da Netanyahu “inaccettabile”. Ma tutto questo resta lettera morta: la macchina delle Nazioni Unite produce parole, non conseguenze.
Sul palco, il premier israeliano ha recitato il suo copione con il consueto tono di sfida. Ha mostrato ancora una volta la “mappa del terrore” iraniano, denunciando il programma nucleare e missilistico di Teheran, e ha chiesto il ripristino delle sanzioni ONU, ringraziando Donald Trump per le sue “azioni audaci e decisive”. Ha rivendicato “successi” contro l’Iran, gli Houthi, obiettivi siriani e i leader di Hamas a Gaza, ripetendo il mantra della “vigilanza permanente” per impedire che Teheran ottenga la bomba atomica.
Poi è passato a Gaza, il cuore di tutto. “Hamas non è stato ancora sconfitto – ha detto – è arroccato a Gaza e ha giurato di ripetere atrocità come quelle del 7 ottobre. Israele deve finire il lavoro, e deve farlo il più rapidamente possibile.” Nessun accenno alla soluzione politica, nessuna apertura alla pace. Anzi, Netanyahu ha ribadito la sua netta opposizione alla soluzione dei due Stati, accusando i palestinesi di non volere uno Stato accanto a Israele, ma “al posto di Israele”. E ha bollato come “bugie antisemite” le critiche internazionali alla guerra a Gaza.
A rendere ancora più teatrale – e inquietante – il tutto, l’ordine dato all’IDF di installare altoparlanti lungo il confine sud di Israele per trasmettere il discorso direttamente a Gaza. Un gesto dal valore più simbolico che strategico, tanto da sollevare dubbi tra gli stessi vertici militari, preoccupati per i rischi operativi. Netanyahu ha spiegato di voler parlare “agli ostaggi e ai coraggiosi eroi” ancora nelle mani di Hamas: “Non vi abbiamo dimenticati neanche un secondo. Non ci fermeremo finché tutti voi non sarete tornati a casa.”
Ha persino indossato una giacca con un QR code, un link diretto alla documentazione delle atrocità del 7 ottobre. Un’operazione di propaganda studiata nei minimi dettagli, più pensata per il pubblico globale che per cambiare la situazione sul campo.
Ma mentre Netanyahu parla, il mondo intorno a lui cambia e l’ONU non lo segue più. Sempre più Paesi, compresi storici alleati di Israele, spingono per un riconoscimento dello Stato palestinese. Sempre più opinioni pubbliche, anche in Occidente, si schierano contro l’uso sproporzionato della forza a Gaza. E sempre più voci chiedono una soluzione politica. Netanyahu, invece, resta fermo su posizioni granitiche, come se nulla fosse cambiato dal 1948.
E l’ONU? Richiama all’ordine l’aula, ma non riesce più a dare ordini a nessuno. Approva risoluzioni che restano lettera morta, parla di pace ma non ha strumenti per imporla. Non riesce a fermare le guerre né a mediare conflitti. Si limita a fare da passerella per leader che si accusano a vicenda, come se fosse un talk show geopolitico. Le Nazioni Unite sono passate da essere arbitro del mondo a semplice cronista degli eventi.
Così, mentre Netanyahu alza i toni e Trump si prepara a incontrarlo a margine dell’Assemblea, la scena resta quella di sempre: Israele promette sicurezza attraverso la forza, Hamas giura vendetta, l’Iran continua la sua corsa e la popolazione civile paga il prezzo. Fischi e applausi si alternano, ma sul terreno restano solo macerie e ostaggi.
La verità, scomoda ma evidente, è che la pace non ha più chi la difenda davvero. L’ONU ha perso autorevolezza, i grandi attori globali inseguono i propri interessi e Netanyahu può permettersi di ignorare proteste e risoluzioni. Finché la comunità internazionale non ritroverà la forza di imporre la legge al posto della forza, le assemblee resteranno teatri e le guerre, come quella in Medio Oriente, non finiranno mai.
Per ora, l’unica cosa che finisce sono le illusioni. Quelle di un mondo capace di governare se stesso.


