Le rivelazioni pubblicate dal sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell aprono uno squarcio inquietante su una dimensione della guerra moderna spesso invisibile ma non meno pericolosa di quella combattuta con missili e carri armati: la manipolazione sistematica dell'informazione e dell'opinione pubblica.

In base a documenti interni del Ministero della Difesa israeliano, l'apparato militare starebbe formando ogni anno centinaia di specialisti  in operazioni psicologiche, propaganda, intelligence culturale, manipolazione digitale e campagne di influenza rivolte sia alla popolazione israeliana sia al pubblico internazionale. Un progetto che non appare episodico o improvvisato, ma strutturato, finanziato e destinato a diventare una componente permanente della strategia nazionale.

La questione è particolarmente delicata perché emerge nel pieno della devastante guerra di Gaza, un conflitto che ha già provocato decine di migliaia di vittime palestinesi, una crisi umanitaria senza precedenti e accuse internazionali sempre più pesanti nei confronti del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Ufficialmente, l'esercito israeliano sostiene che si tratti di corsi accademici destinati all'arricchimento professionale del personale impegnato nelle attività di comunicazione e "consapevolezza". Una spiegazione che appare tuttavia difficile da conciliare con il contenuto stesso del programma formativo.

I documenti parlano infatti di operazioni "offensive" di influenza, ovvero attività finalizzate non semplicemente a proteggere una narrativa esistente, ma a modificare convinzioni, atteggiamenti e comportamenti di gruppi sociali considerati obiettivi.

Non si tratta soltanto di comunicazione istituzionale o pubbliche relazioni. Si parla esplicitamente di guerra psicologica, propaganda, inganno, segmentazione delle popolazioni bersaglio, raccolta di intelligence per campagne persuasive e utilizzo di strumenti tecnologici per aggirare le regole delle principali piattaforme digitali.

Particolarmente controverso appare il riferimento alle tecniche definite "Black Hat", normalmente associate a pratiche che operano ai limiti o oltre i limiti imposti dalle piattaforme online. Secondo il programma, tali strumenti servirebbero a diffondere e promuovere contenuti che altrimenti verrebbero limitati o bloccati da colossi come Facebook e Google.

È difficile immaginare una definizione più esplicita di manipolazione dell'ecosistema informativo.

Un altro elemento che emerge con forza dai documenti riguarda il rapporto diretto tra queste attività e il potere politico.

In diversi passaggi il programma sottolinea infatti che la formazione viene sviluppata in base alle "considerazioni e aspettative" dell'autorità politica israeliana. In altre parole, non si tratterebbe di iniziative autonome dell'apparato militare, ma di attività che rispondono agli indirizzi del governo.

Si tratta di un aspetto fondamentale. In qualsiasi democrazia liberale il confine tra informazione istituzionale e propaganda governativa dovrebbe essere rigorosamente protetto. Quando le strutture dello Stato iniziano invece a progettare operazioni finalizzate a modellare la percezione pubblica, soprattutto all'estero, quel confine rischia di dissolversi.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più evidente.

Israele ama presentarsi come l'unica grande democrazia del Medio Oriente, un Paese fondato sulla libertà di espressione, sul pluralismo e sul confronto aperto delle idee. Tuttavia, l'esistenza di programmi sistematici destinati a influenzare, indirizzare e manipolare il dibattito pubblico internazionale pone interrogativi profondi sulla coerenza di questa narrazione.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha investito enormi risorse nella battaglia comunicativa globale.

La guerra di Gaza non si è combattuta soltanto nelle strade di Khan Yunis, Rafah o Gaza City. Si è combattuta sui social network, nei talk show, nelle università, nelle redazioni e nelle piattaforme digitali.

L'obiettivo era evidente: consolidare il sostegno internazionale all'operazione militare israeliana e contrastare la crescente indignazione provocata dalle immagini provenienti dalla Striscia.

In questo contesto assumono particolare rilievo le precedenti rivelazioni dello stesso sito investigativo, secondo cui l'esercito israeliano ha promosso una struttura apparentemente indipendente di fact-checking che in realtà diffondeva contenuti favorevoli alle posizioni militari, avvalendosi anche della collaborazione di influencer reclutati per amplificare messaggi predisposti dall'apparato della difesa.

Il nuovo progetto prevede la formazione di circa 320 specialisti all'anno.

Una cifra significativa, soprattutto considerando che i corsi riguardano non soltanto personale israeliano ma anche non meglio identificati "partner stranieri". Per questi ultimi vengono addirittura predisposti programmi in lingua inglese con particolare attenzione all'approccio culturale e comunicativo statunitense.

Il fatto che il Ministero della Difesa abbia scelto di mantenere non classificati questi corsi per consentire la partecipazione di soggetti esteri non elimina le preoccupazioni. Anzi, le amplifica.

Significa infatti che la rete di influenza immaginata dai pianificatori potrebbe estendersi ben oltre i confini dello Stato israeliano, coinvolgendo soggetti internazionali e creando una struttura transnazionale capace di intervenire nel dibattito pubblico globale.

La questione, pertanto, non riguarda soltanto Israele.

Le democrazie contemporanee stanno affrontando una crisi senza precedenti della qualità dell'informazione. Deepfake, campagne coordinate, eserciti di bot, influencer finanziati, propaganda algoritmica e profilazione psicologica rappresentano ormai strumenti ordinari del confronto geopolitico.

Tuttavia, proprio per questo motivo, il caso israeliano merita un'attenzione particolare.

Quando uno Stato democratico istituzionalizza corsi che insegnano propaganda, guerra psicologica e tecniche di influenza rivolte a popolazioni straniere, il rischio è che la distinzione tra informazione e manipolazione diventi sempre più sfumata.

E quando la guerra dell'informazione viene affidata agli stessi apparati che conducono le operazioni militari, il pericolo è che la verità finisca per diventare soltanto un'altra arma da utilizzare sul campo di battaglia.

Le bombe distruggono edifici. La propaganda organizzata distrugge qualcosa di più difficile da ricostruire: la fiducia dei cittadini nella possibilità di distinguere i fatti dalla loro rappresentazione.

Ed è forse proprio questa la conseguenza più grave che emerge da questa vicenda.