Il 21 aprile 2023, a Pisa, dentro l’ospedale Santa Chiara, una psichiatra venne aggredita mortalmente da un paziente, Seung. È uno di quei fatti che non si chiudono con una riga di cronaca, perché continuano a far rumore anche dopo anni. Non solo per la violenza del gesto, ma per quello che lascia intravedere dietro.

La dimissione di un paziente con problematiche psichiatriche, un passaggio che in teoria dovrebbe segnare un ritorno alla normalità. In pratica è spesso il punto più delicato: si decide se una persona può uscire, ma quella decisione non è mai solo clinica. Dentro ci stanno i posti letto che mancano, la pressione sugli ingressi, i servizi sul territorio che devono reggere — qui i dettagli operativi specifici non sono noti, dato mancante — e una domanda implicita: “fuori, chi lo segue davvero?”.

Intorno a questo, il resto del sistema scricchiola. Le aggressioni al personale sanitario non sono un’eccezione: nel 2025 sono centinaia, e nel 2026 continuano nonostante nuove leggi pensate per proteggere chi lavora in corsia. Sulla carta qualcosa si è mosso, nella realtà quotidiana molto meno. Chi è in reparto lo sa: turni pieni, personale ridotto, situazioni tese che possono cambiare in pochi secondi.

Poi c’è il pezzo che si fatica a dire ad alta voce. I posti nelle REMS — le strutture per pazienti autori di reato con disturbi psichiatrici — non bastano. E quando non bastano, le alternative sono tutt’altro che rassicuranti. Alcuni finiscono in carcere, dove la gestione psichiatrica è spesso insufficiente per definizione. Altri vengono inseriti in comunità a bassa protezione, strutture che non sempre sono attrezzate per contenere situazioni ad alto rischio o prevenire fughe. È come spostare il problema da una stanza all’altra senza risolverlo davvero.

In mezzo ci sono anche le famiglie. Quelle che dovrebbero essere un pezzo della rete, e che invece spesso si ritrovano sole. Senza strumenti, senza supporto continuo, a gestire situazioni che richiederebbero competenze e presenza costante. E quando qualcosa sfugge, la responsabilità sembra rimbalzare da una parte all’altra senza fermarsi mai.

La psichiatria territoriale resta la direzione indicata. Più vicina, meno istituzionale. Funziona quando è sostenuta. Ma senza risorse adeguate rischia di diventare un equilibrio fragile, dove le dimissioni sono anche una necessità organizzativa, non sempre una scelta completamente sicura.
E allora quel 21 aprile smette di essere solo una data. Diventa un punto di osservazione. Perché quando un sistema lavora costantemente al limite — pochi posti, pochi operatori, percorsi incompleti — non è più una questione di singoli errori. È una catena che, prima o poi, si tende troppo.
La tentazione è sempre la stessa: reagire sull’onda emotiva, promettere interventi, irrigidire le norme. Poi il tempo passa. Ma nei reparti, nelle carceri, nelle comunità e nelle case delle famiglie, la realtà resta. E chi sta dentro quel sistema continua a muoversi su una linea sottile, dove la cura e il rischio, troppo spesso, finiscono per toccarsi.