Mentre a Washington si discute di tregue e premi, con Netanyahu che si spinge fino a candidare Donald Trump per il Nobel per la Pace, in Palestina Israele continua a massacrare civili e ad annunciare piani che ricordano, senza mezzi termini, i crimini peggiori della storia dell'umanità. È difficile mantenere la calma di fronte alla notizia che il ministro della Difesa israeliano Yoav Katz intende costruire un campo di concentramento a Rafah, sotto l'etichetta grottesca di "città umanitaria".
Parliamo di un'area recintata, militarizzata, dalla quale non si potrà uscire senza essere sottoposti a "controlli di sicurezza". Un luogo da cui si potrà fuggire – parola pesante ma inevitabile – solo se e quando il governo israeliano lo permetterà. L'obiettivo, mai troppo nascosto, è chiaro: concentrare e poi espellere. Prima ammassare la popolazione palestinese in una gabbia chiamata "zona sicura", poi spingerla fuori da Gaza. Un processo che non ha nulla di volontario, nulla di umanitario e tutto del progetto coloniale e razzista che da mesi, se non anni, sta prendendo forma.
Secondo quanto riportato da Haaretz, Katz avrebbe già dato istruzioni all'esercito per preparare lo sfollamento di circa 600.000 persone, con l'obiettivo finale di "ospitare" – che parolone – l'intera popolazione di Gaza. Non in una città, non in un luogo degno di essere vissuto, ma in un'anticamera della deportazione. Katz parla apertamente di un "piano di emigrazione, che si realizzerà". Ma chi lo vuole, questo piano? Chi lo ha scelto, chi lo ha votato? Nessuno. È una cacciata forzata, imposta da chi ha le armi e nessuna vergogna.
Il giurista israeliano Michael Sfard è chiaro: è un crimine contro l'umanità. Non una teoria, non un'opinione: un'accusa precisa, basata sul diritto internazionale. E ha ragione. Non c'è alcuna volontarietà, alcuna scelta, quando un popolo viene bombardato, affamato, privato di ogni via di fuga, e poi "invitato" a trasferirsi in una baraccopoli militarizzata. La farsa della "libera scelta" evocata da Netanyahu è una presa in giro tanto violenta quanto le bombe che piovono ogni giorno sulla Striscia.
Nel frattempo, Smotrich e la destra israeliana sognano già nuovi insediamenti. Come se la guerra fosse finita, come se la pulizia etnica fosse un dato di fatto ormai acquisito, come se Gaza fosse pronta per essere colonizzata, una volta svuotata della sua popolazione. È un cinismo mostruoso, che non può più essere ignorato.
Lo storico Amos Goldberg, esperto di Shoah all'Università Ebraica di Gerusalemme, non usa mezzi termini: "Non è né umanitario, né una città. È un campo di concentramento". Quando uno studioso dell'Olocausto arriva a fare un paragone simile, vuol dire che si è superato ogni limite. E non possiamo voltare lo sguardo. Non stavolta.
Israele non sta costruendo una "zona sicura". Sta costruendo un crimine, pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone... il genocidio del popolo palestinese. E chi parla di pace mentre finanzia questo progetto, mentre lo sostiene o lo minimizza, ne è complice.
Nessun Nobel, nessuna retorica, nessuna propaganda potrà mai cancellare il fatto che quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è una vergogna storica, un'aberrazione morale, e un precedente pericoloso per tutti.


