L'8 luglio 2025, la Commissione Europea ha pubblicato l'ultimo Rapporto sullo Stato di Diritto. Il rapporto esamina gli sviluppi in quattro aree chiave: il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione, il pluralismo e la libertà dei media e, più in generale, il sistema di pesi e contrappesi istituzionali. Include raccomandazioni concrete volte ad affrontare le preoccupazioni persistenti e a rafforzare lo Stato di diritto nel Paese.
Sarebbe utile dargli uno sguardo, mentre ci si appresta per votare questo o quell'altro, travolti dai contrapposti "Meloni cortigiana" o "Salvini santo subito", che nulla aggiungono se non isteria.
Vediamo come sta messa l'Italia vista dall'Europa.
Il sistema giudiziario italiano continua a essere un elemento primario di criticità all’interno dell’Unione Europea, anche se negli ultimi anni si sono registrate alcune timide segnali di miglioramento.
Il rapporto del 2025 sullo Stato di Diritto in Italia evidenzia che solo “il 46% dei cittadini e il 48% delle imprese valuta l’indipendenza giudiziaria come ‘abbastanza buona o molto buona’”, e c'è pure da "rallegrarsi" visto che questi numeri segnano un progresso rispetto ai governi degli anni precedenti.
Questo risultato comunque positivo riflette le riforme attuate nel 2024, con il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) che ha adottato nuove direttive sulla nomina, la valutazione delle performance e la gestione giudiziaria, oltre all’introduzione di test psicologici per i giudici e i pubblici ministeri. Tuttavia, permangono una serie di criticità, come le lunghe tempistiche dei processi, che continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli all’efficienza del sistema.
“L’Italia presenta uno dei più alti tassi di durata dei procedimenti in Europa, con una media di circa 1.000 giorni per le decisioni di terzo grado”.
Questa situazione dipende innanzitutto dalle criticità legate alla digitalizzazione del sistema giudiziario, che sta procedendo con passi lenti e talvolta problematici. L’introduzione dell’applicativo di gestione dei procedimenti penali (APP) nei tribunali penali e negli uffici di procura, obbligatoria dal gennaio 2025, ha visto 87 uffici su 140 posticipare l’implementazione. (fonte Antimafia Duemila)
Altrettanto critica è la situazione delle risorse umane: l’Italia conta soltanto 11 giudici ogni 10.000 abitanti, la media più bassa tra i Paesi membri dell’UE, mentre il numero di avvocati è tra i più elevati, circa 400 ogni 100.000 abitanti.
Tale squilibrio contribuisce a creare collo di bottiglia e allunga i tempi di definizione delle cause, generando un aumento dei costi e una perdita di fiducia nelle istituzioni giudiziarie.
A questo si aggiunge il problema dei costi legali, tra i più elevati dell’Unione Europea. In Italia, infatti, le spese legali rappresentano circa il 52% del valore della controversia, un dato che supera di gran lunga la media europea (39% in Finlandia, secondo Paese più caro). La spesa media per la parcella di un avvocato difensore si aggira intorno ai 2.500 euro, rendendo il costo dell’assistenza legale tra i più alti in Europa, seconda solo a Olanda e Croazia.
E, come ha sottolineato il Commissario responsabile per la Giustizia, Michael McGrath, “quando i sistemi giudiziari sono solidi, cittadini e imprese sanno che i loro diritti non dipendono dalla volontà del potere, ma dalla certezza della giustizia”.
Non sorprende, dunque, che sul fronte della lotta alla corruzione, il rapporto evidenzia come l’Italia continui a confrontarsi con un livello elevato di sfiducia e di percezione di inefficacia delle misure anticorruzione. Nonostante gli sforzi, come l’adozione di un Piano Nazionale Anticorruzione rivisto e di nuove linee guida, i risultati concreti sono stati limitati.
Il quadro normativo è ancora in fase di evoluzione, con alcune riforme controverse come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e le modifiche alle norme sullo scambio di influenze.
Nel 2024, si è registrato un calo significativo delle condanne per corruzione, un dato che potrebbe essere attribuito a ritardi amministrativi o a lacune nelle statistiche.
Inoltre, la regolamentazione dei conflitti di interesse, del lobbying e del finanziamento dei partiti politici rimane lacunosa o incompleta, ostacolando la trasparenza e il controllo pubblico.
Per quanto riguarda la libertà di stampa e il pluralismo mediatico, il rapporto riconosce che l’Italia mantiene un quadro normativo e istituzionale abbastanza solido.
L’Autorità per le Comunicazioni (AGCOM) opera in modo indipendente e con risorse adeguate, monitorando il mercato mediatico e regolamentando anche le piattaforme digitali.
Il principale media di servizio pubblico, la Radiotelevisione Italiana (RAI), ha adottato misure interne per promuovere l'indipendenza editoriale e il pluralismo dei contenuti.
Tuttavia, l'influenza politica solleva preoccupazioni, in gran parte a causa dell'assenza di cambiamenti strutturali significativi. Ad esempio, diverse riforme, come la riduzione temporanea dei canoni, sono state accolte con favore, ma lasciano il sistema pubblico privo di un finanziamento affidabile e a lungo termine.
Allo stesso tempo, recenti iniziative legali sull'accesso alle informazioni giudiziarie hanno suscitato critiche da parte dell'opinione pubblica, volte a bilanciare la libertà di stampa con la presunzione di innocenza, ma sono state percepite da molti come potenziali minacce all'attività giornalistica. Persistono anche problemi legati alla diffusione di strumenti come le SLAPPs (processi temerari contro i giornalisti).
La riforma tanto attesa della legge sulla diffamazione, che prevedeva l’abolizione del carcere per i reati di stampa, è ancora in stallo al Senato.
Infine, il rapporto affronta anche il tema delle istituzioni democratiche e dei controlli istituzionali. In particolare, la proposta di riforma costituzionale volta a eleggere direttamente il Primo Ministro ha suscitato un acceso dibattito, con critiche che evidenziano il rischio di alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato.
La frequente ricorrenza di decreti-legge e di voti di fiducia in Parlamento, spesso utilizzati come strumenti di stabilità politica, solleva preoccupazioni circa il rafforzamento dei controlli parlamentari e la trasparenza delle decisioni governative. Inoltre, i ritardi nell’attuazione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) sono ancora una criticità, con oltre 74 casi principali in attesa di essere pienamente eseguiti, e un ritardo medio superiore ai sei anni.
In conclusione, “l’attuazione efficace di riforme strutturali e il rispetto dei principi fondamentali sono essenziali per riconquistare la fiducia dei cittadini e rafforzare l’ecosistema democratico del Paese”.
Dunque, il rapporto del 2025 evidenzia un quadro di progresso contenuto ma ancora insufficiente, sottolineando come l’Italia debba compiere ulteriori passi per rafforzare lo stato di diritto, garantire l’efficienza della Giustizia, migliorare la trasparenza e il funzionamento delle istituzioni democratiche.
L'immagine dell'Italia? L’immagine complessiva rimane negativa, come evidenziato dal Justice Scoreboard della Commissione Europea, che descrive un Paese ancora alle prese con problemi strutturali di lunga data.

