È un comizio dai toni battaglieri quello con cui Giorgia Meloni ha chiuso a Bari la campagna elettorale dei (post) fascisti per le regionali in Puglia. Sul palco del Teatro Team, davanti a una platea gremita, la premier ha lanciato l'ultima sfida in una regione che i sondaggi danno saldamente la vittoria nelle mani del candidato del centrosinistra Antonio Decaro, eurodeputato del Partito Democratico. Al fianco di Meloni, i leader della coalizione Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, riuniti in un appello all'unità e alla mobilitazione per sostenere il candidato presidente Luigi Lobuono.

"Non ci sono risultati già scritti — avverte la premier —. Puntiamo a vincere perché non abbiamo paura di nessuno." Un messaggio che suona come un invito a non arrendersi, nonostante le difficoltà di una sfida il cui risultato era già scontato prima ancora che iniziasse la campagna elettorale.

Per questo Meloni ha utilizzato il suo intervento solo per fare propaganda per sé e per il suo governo attaccando la sinistra, accusata di "supponenza" e di trattare gli elettori del centrodestra come "scemi", rivendicando come un fiore all'occhiello i "presunti" risultati del suo governo e la solidità della coalizione: "Siamo qui uniti, come ci avrebbe voluto Pinuccio Tatarella", approfittando della ricorrenza del 90° anniversario della nascita dello storico politico pugliese.

La premier ha difeso anche la legge di bilancio, criticata dalle opposizioni per il fatto che favorisce i redditi medio-alti: "La sinistra dice che aiutiamo i ricchi perché sosteniamo chi guadagna 2400 euro al mese. Ci vuole coraggio a dirlo…". Poi ironizza sullo sciopero generale della Cgil guidata da Maurizio Landini: "Non sia mai che la rivoluzione la facciamo di martedì", tralasciando però di ricordare che anche di venerdì chi sciopera rinuncia ad un giorno di paga.

Meloni ha toccato anche il tasto delle riforme costituzionali, in particolare quella della giustizia, chiarendo che l'esito del referendum confermativo non avrà effetti sulla stabilità del governo: "Dicono ‘votate no per mandare a casa la Meloni'. Mettetevi l'animo in pace: arriveremo a fine legislatura. La Meloni la possono mandare a casa solo gli elettori. È una cosa a cui la sinistra non è abituata: la democrazia".

Sul fronte della sanità, la premier ha rivendicato un aumento degli investimenti di 17 miliardi dall'inizio del suo mandato (tralasciando di ricordare che in tutta Europa gli investimenti - soprattutto in sanità - si fanno da sempre in rapporto al Pil ed è per tale motivo che sono di fatto diminuiti) e ha accusato la giunta regionale pugliese, a guida centrosinistra, di inefficienze: "La Puglia è l'ultima regione d'Italia per rispetto dei tempi d'attesa. Usano un pallottoliere truccato."

Il discorso si è fatto poi più personale quando Meloni replica con sarcasmo a chi, nel mondo intellettuale, ridurrebbe il suo consenso a questioni di immagine: "Un filosofo in tv ha detto che vinco perché mi trucco bene. Peccato che mi trucchi da sola, e nemmeno così bene. È l'ennesima dimostrazione di quanto siano superficiali le loro analisi. Secondo loro, gli italiani votano guardando le foto, non i contenuti."

La premier ha poi attaccato quella che definisce "l'arroganza culturale" della sinistra: "Quando gli italiani votano centrodestra, per loro sono ignoranti, incolti, superficiali. È questa supponenza che li ha portati ai margini della vita politica", chiude con un appello diretto al suo elettorato: "Gli italiani vedono il nostro impegno e la serietà con cui lavoriamo. Possiamo e dobbiamo fare di più, ma lo stiamo facendo senza risparmiarci. Continuate a spronarci, a pretendere. Possiamo presentarci a testa alta e rivendicare ciò che abbiamo fatto finora."

Ma Giorgia Meloni non avrebbe dovuto presentare e promuovere il programma di Luigi Lobuono? Evidentemente, Luigi Lobuono non è un candidato in grado di attirare voti e il suo programma è misero, se non miserevole... per questo, Meloni ha cercato di far credere  ai (post) fascisti pugliesi che se avessero votato Lobuono avrebbero votato lei.