C’è qualcosa di più deprimente di una sconfitta ai rigori? Sì: accorgersi che non è una sconfitta, ma un’abitudine.
L’Italia del calcio è riuscita nell’impresa che sembrava impossibile anche solo da immaginare: restare fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, l’ennesima notte da incubo consumata contro la Bosnia, l’ennesimo psicodramma travestito da partita.

E qui finisce lo sport e comincia la farsa.

Perché quando un fallimento si ripete tre volte – 2018, 2022, 2026 – non è più una fatalità, non è più una generazione storta, non è più neanche incompetenza episodica: è sistema. È struttura marcia.

È, per usare parole che arrivano direttamente dal dibattito politico e sportivo, una “vergogna nazionale senza precedenti” con un “sistema calcio da azzerare”.

La verità è brutale: la Nazionale non è caduta, è stata lasciata cadere. Lentamente, scientemente, burocraticamente. Sul campo si vedono i sintomi – una squadra fragile, nervosa, incapace di reggere la pressione persino contro avversari alla portata – ma la malattia sta altrove.
Sta nei palazzi della Federazione Italiana Giuoco Calcio, quella macchina pachidermica che dovrebbe “promuovere e coordinare il calcio italiano” e che invece sembra specializzata nel diluire responsabilità fino a farle evaporare.

Il presidente Gabriele Gravina ammette che “la responsabilità oggettiva è mia” e allo stesso tempo la distribuisce a tutti: leghe, club, sistema.  Tradotto: colpa di tutti, quindi colpa di nessuno. Un classico della sopravvivenza istituzionale italiana.

Le colpe di Gabriele Gravina non stanno in un singolo errore clamoroso, ma in una lunga sequenza di scelte – e non scelte – che hanno accompagnato il declino della Nazionale. È proprio questo il punto più grave: non un incidente, ma una gestione.

La prima responsabilità è politica, nel senso più concreto del termine. Gravina guida la FIGC dal 2018, cioè da quando l’Italia mancò il Mondiale in Russia. Da allora, invece di una rifondazione radicale, si è vista una continuità mascherata da cambiamento. Le riforme strutturali – settore giovanile, valorizzazione dei talenti italiani, sostenibilità dei club – sono rimaste annunci o interventi parziali, mai davvero incisivi.

Poi c’è la gestione tecnica. Le scelte sugli allenatori e sull’indirizzo sportivo non sono mai sembrate parte di un progetto chiaro, ma piuttosto reazioni agli eventi. Dopo l’Europeo vinto nel 2021, la federazione ha vissuto di rendita, senza costruire il ricambio. Quando i risultati sono crollati, la risposta è stata tardiva e confusa. E alla fine il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’altra esclusione mondiale, segno che non esisteva una visione a medio-lungo termine.

Un’altra colpa pesante è la gestione del sistema calcio nel suo complesso. Gravina ha spesso parlato di responsabilità diffuse – leghe, club, vivai – ma è proprio il presidente federale che dovrebbe coordinare e imporre una direzione. Invece la FIGC è apparsa più come un luogo di mediazione tra interessi che come un centro decisionale forte. Il risultato? Nessuna riforma davvero scomoda è stata portata fino in fondo.

C’è poi la questione della responsabilità personale. Dopo ogni fallimento, Gravina ha usato toni autocritici, parlando di “responsabilità oggettiva”. Ma alle parole non sono seguiti atti coerenti, come dimissioni o cambiamenti radicali nella governance. Questo ha alimentato la percezione di una dirigenza che resta al suo posto indipendentemente dai risultati.

Infine, la colpa forse più difficile da perdonare: aver normalizzato il fallimento. Mancare un Mondiale una volta può essere uno shock. Due volte è un disastro. Tre volte diventa sistema. E quando il fallimento diventa sistema, chi guida quel sistema non può chiamarsi fuori.

Ormai, il risultato è lì, scolpito come una sentenza: sedici anni senza Mondiale, un’era geologica per un Paese che viveva di calcio e che oggi lo subisce, grazie ad una federazione dove si prende tempo, si convocano consigli, si promettono “riflessioni approfondite”.  

È la liturgia dell’immobilismo: cambiare tutto per non cambiare nulla.

Il punto è che questa non è più una crisi sportiva. È una crisi culturale.
Il fallimento del 2026 non è “un incidente di percorso”, ma “la certificazione definitiva di un fallimento strutturale che covava da oltre un decennio”.

Nel frattempo, il resto del mondo corre. Allarga i Mondiali a 48 squadre – e l’Italia riesce comunque a restarne fuori.  Serve talento per un’impresa del genere, ma non quello che si allena nei campi: quello che si coltiva nei corridoi.
Infatti, restiamo con una Nazionale che non è più nemmeno una perdente illusione romantica, ma un prodotto burocratico, svuotato, incapace di rappresentare qualcosa che vada oltre la propria confusione.

Il problema non è perdere. Il problema è non capire perché si perde. O peggio: capirlo benissimo e continuare come se niente fosse.

Finché la risposta alla catastrofe sarà una riunione, una dichiarazione, un rinvio – finché la parola “responsabilità” resterà un esercizio retorico – questa Nazionale continuerà a fare quello che ormai le riesce meglio: guardare i Mondiali in televisione.