Non si tratta più di singoli episodi di violenza dei coloni. Non si tratta più di abusi isolati o di eccessi difficili da controllare. Secondo Amnesty International, in Cisgiordania occupata è in corso una vera e propria campagna di pulizia etnica guidata dallo Stato israeliano, finalizzata a svuotare vaste aree della presenza palestinese e a consolidare l'annessione di fatto del territorio.

L'accusa, contenuta in un rapporto di 149 pagine dal titolo "Erasing Anything Palestinian" ("Cancellare tutto ciò che è palestinese"), è una delle più gravi mai formulate dall'organizzazione per i diritti umani nei confronti del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Amnesty sostiene che quanto avviene nell'Area C della Cisgiordania non sia il risultato dell'iniziativa incontrollata di gruppi estremisti, ma una strategia politica, militare e amministrativa pianificata e sostenuta dalle istituzioni israeliane. 


L'esplosione delle violenze dopo il governo Netanyahu del 2022

Il rapporto individua un punto di svolta preciso: la nascita, alla fine del 2022, del governo Netanyahu sostenuto dai partiti ultranazionalisti e religiosi dell'estrema destra israeliana.

Da allora, sostiene Amnesty, la pressione sulle comunità palestinesi beduine e pastorali della Cisgiordania è aumentata in maniera senza precedenti. Le aggressioni dei coloni, le demolizioni, le restrizioni agli spostamenti, la confisca delle terre e la progressiva distruzione delle fonti di sostentamento avrebbero raggiunto livelli tali da rendere impossibile la permanenza di molte comunità nelle proprie terre ancestrali.

Secondo i dati raccolti dall'organizzazione, almeno 117 comunità palestinesi, in gran parte beduine o dedite alla pastorizia, hanno subito spostamenti totali o parziali tra gennaio 2023 e aprile 2026. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare abitazioni, pascoli e attività economiche costruite nell'arco di generazioni.

La strategia dell'annessione

La denuncia di Amnesty va oltre la semplice descrizione delle violenze.

Secondo l'organizzazione, l'obiettivo finale sarebbe accelerare l'annessione israeliana dell'Area C, la parte della Cisgiordania che rappresenta circa il 60% del territorio e che, secondo gli accordi di Oslo, avrebbe dovuto essere oggetto di negoziati per una soluzione politica definitiva.

L'espansione continua degli insediamenti israeliani, la creazione di nuovi avamposti, la costruzione di infrastrutture riservate ai coloni e l'estensione progressiva della legislazione civile israeliana ai territori occupati vengono interpretate come tasselli di un progetto coerente: trasformare l'occupazione in una sovranità permanente e irreversibile.

Per Amnesty, la pulizia etnica non sarebbe quindi un effetto collaterale dell'occupazione, ma uno strumento funzionale all'annessione.

Coloni e Stato: un'unica macchina

Uno degli aspetti più pesanti del rapporto riguarda il ruolo delle istituzioni israeliane. Amnesty sostiene che le aggressioni dei coloni non avvengano in un vuoto di potere. Al contrario, la ricerca descrive una situazione nella quale esercito, polizia, amministrazione civile e governo agiscono in modo complementare rispetto all'azione dei gruppi radicali presenti negli insediamenti

Una conclusione che trova eco anche nelle recenti indagini delle Nazioni Unite, secondo cui le forze di sicurezza israeliane spesso accompagnano o proteggono i coloni durante gli attacchi contro i palestinesi, mentre le autorità forniscono il sostegno finanziario, legale e logistico all'espansione degli insediamenti. 

Per Amnesty, dunque, non esistono "mele marce" o gruppi fuori controllo: l'intero apparato statale è coinvolto nella creazione delle condizioni necessarie allo svuotamento delle aree palestinesi.

La questione giuridica: crimini contro l'umanità

Il rapporto utilizza termini che raramente compaiono in documenti di questa portata.

Amnesty parla apertamente di "trasferimento forzato" della popolazione palestinese e sostiene che tali pratiche configurano sia crimini di guerra sia crimini contro l'umanità. L'organizzazione collega inoltre queste politiche a quello che definisce il sistema di apartheid imposto da Israele ai palestinesi nei territori occupati

La conclusione è netta: le espulsioni non sono affatto motivate da esigenze militari temporanee, ma esclusivamente dalla volontà di modificare stabilmente la composizione demografica del territorio.

L'accusa all'Occidente

Forse la parte più politica del documento è quella rivolta alla comunità internazionale. Amnesty sostiene che Stati Uniti, Unione Europea e gran parte delle democrazie occidentali hanno assistito per anni all'espansione degli insediamenti senza adottare misure efficaci per fermarla. L'organizzazione denuncia una sostanziale impunità che ha incoraggiato l'accelerazione delle politiche di annessione.

Per questo Amnesty chiede sanzioni individuali contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e contro alcuni dei principali esponenti del governo israeliano, tra cui Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich, Israel Katz e Orit Strock. Chiede inoltre il congelamento di beni, il divieto di viaggio e la sospensione di accordi commerciali e di cooperazione che possano contribuire al mantenimento dell'occupazione e degli insediamenti.

L'organizzazione arriva perfino a sollecitare la sospensione dell'Accordo di Associazione tra Unione Europea e Israele, sostenendo che l'attuale quadro di relazioni economiche e politiche finisca per favorire indirettamente la prosecuzione delle violazioni denunciate. (Amnesty International)

Un'accusa che pesa sulla storia
Israele respinge tradizionalmente accuse di questo tipo definendole distorte, politicizzate o animate da pregiudizi nei confronti dello Stato ebraico. Tuttavia il nuovo rapporto di Amnesty si inserisce in un contesto sempre più pesante, nel quale anche organismi delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni internazionali denunciano un aumento della violenza dei coloni, delle espulsioni e delle politiche di annessione in Cisgiordania. (Reuters)

La questione ormai non riguarda soltanto il futuro di alcuni villaggi beduini dispersi sulle colline della Cisgiordania. Riguarda la sopravvivenza stessa della prospettiva di uno Stato palestinese e la credibilità di un ordine internazionale che continua a proclamare il rispetto del diritto internazionale mentre assiste, quasi immobile, alla progressiva cancellazione della presenza palestinese da una parte sempre più ampia dei territori occupati.

Il problema non è soltanto ciò che Israele sta facendo, è soprattutto ciò che il resto del mondo ha scelto di non impedire.



Fonti:
www.amnesty.org/en/latest/research/2026/06/israel-west-bank-ethnic-cleansing/
d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2026/06/Cancellare-ogni-traccia-palestinese_-sintesi_web.pdf