Sulla strada della buona amministrazione, l'Italia vede il cartello “uscita dalla procedura per deficit eccessivo” ma, ancora una volta, rischia di non poter imboccare lo svincolo. Infatti, l'uscita tanto attesa rischia di slittare di un anno. Non è ancora una sentenza definitiva, ma il dato pubblicato oggi dall'Istat lo farebbe pensare.
Secondo le stime preliminari sui conti pubblici 2025, il rapporto tra deficit e Pil si attesta al 3,1%. In calo rispetto al 2024, certo. Ma non abbastanza. Perché la soglia psicologica e politica resta quel 3% che a Bruxelles non è un numero: è una linea rossa.
Nel frattempo, la crescita 2024 è stata rivista al ribasso: dallo 0,7% stimato a fine gennaio allo 0,5%. Non un crollo, ma nemmeno una spinta. Una di quelle mezze velocità che non aiutano quando bisogna dimostrare disciplina contabile.
Lo scorso novembre, il commissario europeo agli Affari economici, Valdis Dombrovskis, era stato chiaro: uscita possibile in primavera, ma a condizione che il deficit fosse “confermato sotto il 3% del Pil”. Bruxelles, nelle sue previsioni autunnali, aveva stimato l'Italia esattamente al 3%. Un equilibrismo da funamboli. Per questo, oggi, quel decimale in più pesa come un macigno.
Va detto: il dato è provvisorio. L'Istat precisa che potrà essere rivisto in occasione della notifica ufficiale del 21 aprile 2026, se emergeranno informazioni più aggiornate. Tradotto: la partita non è chiusa. Ma non è neanche messa bene.
Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, prova a prendere tempo: “È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l'Italia farà all'Ue. Cercheremo di capire le valutazioni Istat”. E poi l'affondo: colpa del “colpo di coda del Superbonus condomini”, indicato come causa principale dello scostamento. Il Superbonus, insomma, continua a presentare il conto. È lo stesso Superbonus che tutti i partiti dell'attuale maggioranza, prima delle ultime politiche, giuravano di voler mantenere e che - vinte le elezioni - è diventato la ragione di ogni male.
Da parte sua, la Commissione europea – attraverso un portavoce – ha “preso atto” dei dati. Formula neutra che in gergo comunitario significa: li guardiamo, li pesiamo, poi decidiamo. I numeri saranno trasmessi a Eurostat, che il 22 aprile pubblicherà le statistiche certificate. Poi, il 21 maggio, arriveranno le nuove previsioni economiche aggiornate. E il 3 giugno – date indicative ma non casuali – il Pacchetto di primavera del Semestre europeo, con le raccomandazioni sulla possibile uscita (o mancata uscita) dell'Italia dalla procedura.
Nel frattempo, Roma resta sospesa. Un deficit al 3,1% non è una tragedia macroeconomica. Ma è abbastanza per rinviare l'agognata promozione a Paese “in regola”. E ogni rinvio pesa politicamente.
Perché la questione non è solo tecnica. È anche diplomatica. Se l'Italia non riesce a scendere sotto il 3%, con una crescita che arranca e margini di bilancio stretti, come potrà fare nuovo deficit per aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil, in modo da soddisfare la promessa al diktat di Donald Trump ai partner occidentali?
Con quali soldi? Con quale spazio fiscale? E soprattutto: come potrà Giorgia Meloni far felice Washington comprando più armi americane, se a Bruxelles stanno ancora contando i decimali del nostro deficit?
Forse il vero esercizio di equilibrismo non è restare sotto il 3%. È spiegare agli italiani – e ai partner internazionali – come si possa tenere insieme rigore europeo, crescita anemica e riarmo al 5% del Pil senza far saltare il banco.
La matematica, a volte, è più testarda della politica. E i decimali non votano, ma presentano il conto... anche se, si sa, la signora Meloni ha una gravissima carenza nel capire la differenza tra valori assoluti e valori percentuali.


