Senza gli effetti del superbonus il dato finanziario italiano finale del 2025 sarebbe stato quello di un deficit al 2,7% del Pil, cioè sotto la soglia del Patto di Stabilità.

Lo certificano i tecnici del Mef nell’approfondimento contenuto nello stesso Documento che è stato approvato dal Consiglio dei ministri, rendendo ufficiale il disavanzo al 3,1%.

 Scrivono infatti i tecnici del Mef nel DPF (Documento Previsione Finanziaria):

«Per quanto riguarda il deficit, la differenza è spiegata dall’emersione in gran parte inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus». Il passaggio chiave è appunto quel «in gran parte inattesa».

«Nello specifico, si tratta prevalentemente dell’emersione tardiva di una coda di operazioni effettuate nell’anno 2025 e comunicate all’Agenzia delle entrate entro il 16 marzo 2026, per le quali si è fruito dello sconto in fattura/cessione del credito sulla base delle clausole di salvaguardia e che, sulla base della normativa sul Superbonus, includono interventi che, alla data del 15 ottobre 2024, risultavano già formalmente avviati».

 «L’andamento della spesa primaria», continuano i tecnici del MEF, «è stato sospinto dalla spesa in conto capitale (+13,6 per cento). Su tale dato ha inciso in maniera rilevante la componente dei contributi agli investimenti riconducibile a crediti per bonus edilizi per circa 8,4 miliardi (equivalenti a quasi lo 0,4 per cento del PIL) e, come detto, superiori alle aspettative.
Senza tale componente, il cui effetto di natura transitoria e non strutturale è stato correlato a specifici comportamenti degli operatori economici beneficiari della suddetta misura, il rapporto deficit-PIL sarebbe stato pari al 2,7 per cento, e dunque inferiore di oltre tre decimi di punto percentuale rispetto alla previsione del DPFP».

In termini tecnici, ciò che è accaduto può essere descritto come un problema di disallineamento tra il momento di maturazione del credito fiscale e il momento della sua rilevazione nei conti pubblici.
Nel sistema del Superbonus introdotto con il Decreto Rilancio del governo Conte, c'era una anomalia: la spesa per lo Stato non coincide con l’esecuzione materiale dei lavori, ma con il momento in cui il credito d’imposta viene formalizzato e comunicato all’amministrazione finanziaria, diventando quindi giuridicamente esigibile.

Nel 2025 molti interventi edilizi erano già stati realizzati o avevano già maturato il diritto al beneficio, ma la loro traduzione in crediti effettivamente registrati è avvenuta solo successivamente, attraverso comunicazioni inviate entro la scadenza del 16 marzo 2026. Questo ha prodotto una “emersione tardiva” di passività che erano economicamente già esistenti, ma non ancora contabilizzate. Il risultato è stato uno spostamento in avanti della registrazione della spesa, con un impatto concentrato sul deficit nel momento in cui queste posizioni sono state formalizzate.

Il Superbonus 110% è stato introdotto con il Decreto Rilancio  del Governo Conte,, firmato il 19 maggio 2020 dal Ministro dello Sviluppo Economico (MiSE) Stefano Patuanelli e dal Ministro dell'Economia e delle Finanze (MEF) Roberto Gualtieri.

Successivamente, le norme transitorie introdotte prima da Mario Draghi e poi dal Governo Meloni hanno dovuto includere le cosiddette 'clausole di salvaguardia', essendo impossibile intervenire sui 'diritti acquisiti' sulla base del Decreto Rilancio. In tal modo, molte realtà hanno potuto continuare a beneficiare delle condizioni più favorevoli anche dopo le restrizioni introdotte successivamente.
In termini giuridici si tratta di posizioni soggettive già consolidate, per le quali il regime agevolativo è rimasto invariato.
Questo ha mantenuto in vita un bacino rilevante quanto imprevedibile di operazioni che potevano ancora generare crediti molto elevati.

Gli operatori economici hanno agito all’interno di questo quadro normativo adottando comportamenti di ottimizzazione perfettamente legittimi. In particolare, si è osservata una gestione strategica del timing sia nella maturazione sia nella comunicazione dei crediti. I lavori sono stati portati avanti o chiusi in modo da rientrare nelle finestre temporali coperte dalle salvaguardie, mentre la trasmissione delle comunicazioni all’Agenzia delle Entrate non è avvenuta necessariamente in modo contestuale alla maturazione del credito, ma è stata spesso differita fino alla scadenza ultima disponibile. Questo ha determinato l’accumulo di crediti “latenti”, cioè già esistenti sotto il profilo economico ma non ancora visibili nei dati ufficiali.

Quando queste comunicazioni sono state inviate, si è verificata una registrazione massiva e concentrata nel tempo, che ha fatto emergere in un solo momento una quantità significativa di spesa pubblica. Dal punto di vista della contabilità nazionale, si tratta quindi di una revisione ex post del deficit, dovuta alla comunicazione ex post di obbligazioni già generate in precedenza. Il carattere “in gran parte inatteso” richiamato dal MEF deriva proprio dalla difficoltà di stimare ex ante questo stock di crediti non ancora comunicati, che dipende da variabili comportamentali degli operatori oltre che da elementi procedurali.

Perché comunicare all'ultimo minuto?
Perché, dal punto di vista tecnico-operativo, non c’era alcun vantaggio a comunicare subito, mentre esistevano diversi incentivi (e anche vincoli) a farlo il più tardi possibile.

Nel sistema originario disegnato dal Decreto Rilancio del governo Conte, infatti, la comunicazione all’Agenzia delle Entrate non è ciò che fa nascere il credito, ma è ciò che lo rende utilizzabile o cedibile nel sistema fiscale. Questo crea una distinzione importante: il credito può essere già maturato sotto il profilo giuridico, ma restare “in sospeso” finché non viene trasmesso.

In questo contesto, rinviare la comunicazione era razionale per almeno tre motivi principali.

Il primo motivo è di natura operativa e di rischio. La disciplina del Superbonus è stata modificata molte volte, anche in modo retroattivo o con chiarimenti interpretativi successivi. Inviare la comunicazione troppo presto significava esporsi al rischio di errori formali o sostanziali difficili da correggere, oppure di incorrere in blocchi delle cessioni. Attendere consentiva invece di lavorare su un quadro normativo e interpretativo più stabilizzato, riducendo il rischio di contestazioni o di crediti “incagliati”.

Il secondo motivo riguarda la gestione finanziaria della filiera. Imprese e intermediari tendevano a coordinare la comunicazione con la disponibilità effettiva di soggetti disposti ad acquistare i crediti. Poiché il mercato della cessione è diventato via via più selettivo e meno liquido, trasmettere subito il credito senza avere già un acquirente poteva essere controproducente. Tenere il credito “non ancora comunicato” permetteva una maggiore flessibilità nella negoziazione e nella pianificazione delle cessioni.

Il terzo elemento è più strettamente amministrativo. Le pratiche legate ai bonus edilizi sono complesse e richiedono asseverazioni tecniche, visti di conformità e controlli documentali. Questo porta naturalmente a una gestione “a stock”: le pratiche vengono accumulate, verificate e poi trasmesse in blocco, spesso a ridosso della scadenza. La deadline del 16 marzo diventa quindi un punto di concentrazione fisiologico, non solo una scelta opportunistica.

Il risultato complessivo è che si è formato un ammontare significativo di crediti già maturati ma non ancora comunicati.
Quando questi sono stati trasmessi tutti insieme entro la scadenza, si è prodotta quell’“emersione tardiva” di cui parla il MEF: non nuova spesa, ma spesa già esistente che era invisibile alla data del 1 gennaio 2026, quando di norma si chiudono i conti. 

Quanto MEF e all'esame del  Patto di Stabilità non superato, la 'colpa' è stata di aver previsto che entro marzo 2026 sarebbero entrate spese 2025 dal 'buco Superbonus'.
O meglio, visto che quello 0,1% equivale a circa 2 miliardi, i tecnici se ne aspettavano per circa 6 o 7 miliardi  (cioè ~0,3% PIL), ma non addirittura per 8,4 miliardi di euro (cioè ~0,4% PIL).

Sapendolo prima, da dove poteva prendere il Governo quei 2 miliardi che 'ballano' a conti fatti?

Facile, se il governo avesse saputo di questi maggiori oneri, dovendo rientrare nel Patto di Stabilità, avrebbe tagliato le due voci di spesa maggiori.
Infatti, nel bilancio 2025 il comparto degli "investimenti pubblici" vale oltre 118 miliardi (incentivi alle imprese, fondi per opere pubbliche) e la macroarea  “affari economici” vale circa 138 miliardi ((incentivi alle imprese, politiche industriali, trasporti e infrastrutture).

In parole semplici, adesso che è finita possiamo dirlo: il Superbonus lo pagato, lo pagano e lo pagheranno innanzitutto le imprese, le industrie e le infrastrutture per le quali si riducono le risorse finanziarie erariali a disposizione.
Speriamo solo che con il 2026 sia finita e che tutti questi lavori nelle case e nei condomini comportino almeno una effettiva messa a norma antincendio e un reale abbattimento dei consumi di gas da riscaldamento, d'inverno, e di energia elettrica per i condizionatori, d'estate.