Ci sono notti che cambiano la storia. E poi ci sono quelle che, almeno per una volta, la salvano. Quella tra l’8 e il 9 ottobre 2025 entrerà in questa seconda categoria: la notte in cui, dopo decenni di sangue, Israele e Hamas hanno firmato la prima fase di un piano di pace. Un cessate il fuoco vero, non l’ennesima tregua a scadenza. Una notte che, se le promesse saranno mantenute, segnerà l’inizio di una nuova era per Gaza e per il Medio Oriente.
A dare l’annuncio, nel suo stile inconfondibile, è stato Donald Trump: “Tutte le parti saranno trattate equamente! Questo è un grande giorno per il mondo arabo e per Israele”. Un messaggio arrivato su Truth, il social che è diventato il suo megafono personale, e che per una volta ha trasmesso non un proclama elettorale, ma un appello alla speranza.
Un annuncio che ha mandato in tilt pacifisti, manifestanti e flotillalisti di tutto il mondo, ma soprattutto quelli di sinistra di casa nostra! Perché, quando la pace arriva dalle mani di chi avevano giurato di combattere, la narrazione si incrina, la certezza vacilla. E allora ecco il paradosso: chi diceva di volere la pace ad ogni costo ora sembra disorientato, quasi infastidito, da chi quella pace l’ha ottenuta davvero.
Le immagini di Gaza parlano da sole: folla in festa, bandiere, lacrime di sollievo. Gli israeliani, da parte loro, respirano un’aria di sospensione e incredulità. Il premier Benyamin Netanyahu ha parlato di “giorno sacro” e ha ringraziato il presidente americano per “la sua leadership globale”. Ha anche annunciato il ritorno degli ostaggi: quarantotto vite che tornano a casa, in un colpo solo. Un gesto simbolico, eppure immenso.
Ma oltre i sorrisi e gli abbracci, resta la domanda che attraversa le cancellerie del mondo: com’è possibile che Donald Trump, l’uomo che molti definivano un pericolo per la pace mondiale, sia riuscito dove decenni di diplomatici, analisti e premi Nobel hanno fallito?
L’ironia della storia è tagliente. Il tycoon accusato di nazionalismo, di cinismo e di provocazioni ha trovato il varco che nessuno vedeva più. Ha usato la forza del suo linguaggio diretto, il suo personalismo e la sua spregiudicatezza per ottenere ciò che la diplomazia formale non riusciva nemmeno a sfiorare: una firma, una promessa, un inizio.
Certo, il cammino resta fragile. Gaza è un campo minato di ferite, di odio sedimentato, di diffidenze reciproche. Ma il solo fatto che le due parti abbiano accettato di fermarsi, di guardarsi negli occhi, di firmare un testo comune, ha un valore politico e morale enorme.
E ora? Ora, come sempre, comincerà il gioco dei distinguo. La sinistra mondiale – e, più modestamente, quella italiana – che per anni ha accusato Trump di essere la caricatura stessa del potere, dovrà spiegare perché oggi il “rozzo miliardario” ha fatto ciò che loro, tra convegni e manifestazioni arcobaleno, non sono mai riusciti nemmeno a immaginare.
I pacifisti da salotto, quelli che si indignano solo se l’America bombarda, ma tacciono quando a farlo sono i loro “compagni” di ideologia, dovranno finalmente guardarsi allo specchio. E magari ammettere che la pace non si ottiene con gli slogan, i cortei o i post indignati, ma con la forza politica e la volontà concreta.
E gli intellettuali “radical chic”, che lo hanno dileggiato come un clown per anni, oggi scoprono che il clown ha smontato il loro circo. Si sono risvegliati in un mondo in cui l’uomo che definivano “pericoloso per la democrazia” ha portato a casa ciò che loro predicavano senza mai realizzare: la pace.
La pace, si sa, non ha colori né padrini. Ma ha coraggio. E se davvero questa notte segnerà la fine della guerra a Gaza, sarà difficile negare che Donald Trump, con tutte le sue contraddizioni, abbia avuto il coraggio che mancava a molti, soprattutto a quella sinistra italiana che, ancora oggi, preferisce avere torto con le proprie idee piuttosto che riconoscere ragione a chi non sopporta.
La storia, forse, non lo assolverà per tutto. Ma questa notte, la storia – almeno per un momento – gli ha detto grazie.


