Esteri

Trump critica Israele dopo il raid su Beirut: "Non doveva accadere". A rischio l'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran?


Mentre il mondo attende la possibile firma di uno storico accordo tra Stati Uniti e Iran per mettere fine a oltre tre mesi di guerra, un nuovo bombardamento israeliano su Beirut rischia di compromettere gli sforzi diplomatici in corso.

Il presidente americano Donald Trump, intervenuto pubblicamente sulla vicenda, ha criticato apertamente l'attacco condotto da Israele contro la periferia meridionale della capitale libanese, affermando che l'operazione militare "non sarebbe dovuta avvenire", soprattutto in un momento in cui Washington e Teheran sembrano vicinissime a un'intesa.

L'attacco israeliano ha colpito il quartiere di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah nella zona sud di Beirut. Secondo le autorità israeliane, l'operazione era diretta contro obiettivi del movimento sciita libanese sostenuto dall'Iran. La protezione civile libanese ha riferito che il bombardamento ha causato almeno tre vittime.

La reazione di Trump è arrivata attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth Social. Il presidente americano ha sottolineato che gli Stati Uniti sono "molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, incluso il Libano", invitando tutte le parti coinvolte a fermare immediatamente le ostilità.

"Non dovrebbero esserci ulteriori attacchi israeliani in Libano, ma nemmeno attacchi di Hezbollah contro Israele", ha scritto Trump, lanciando un appello alla de-escalation.

Le dichiarazioni del presidente americano non hanno però convinto la leadership iraniana. Da Teheran sono arrivate accuse durissime nei confronti degli Stati Uniti.

Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha affermato che il bombardamento di Beirut dimostra come Washington "non abbia né la volontà né la capacità di rispettare i propri impegni". Secondo il dirigente iraniano, gli Stati Uniti starebbero cercando di ottenere concessioni da Teheran consentendo contemporaneamente a Israele di continuare le proprie operazioni militari.

"Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è ormai superato", ha dichiarato Qalibaf. "Se non avete la volontà o la capacità di rispettare gli impegni presi, non è possibile parlare di prosecuzione del percorso negoziale".

Ancora più minacciose le parole di altri esponenti iraniani. Mohammad Jafar Assadi, vice comandante delle forze armate iraniane, ha assicurato che i "crimini israeliani" a Beirut non resteranno senza risposta. Anche il presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, Ebrahim Azizi, ha promesso una "risposta dura" contro Israele.

Nonostante le tensioni, i mediatori internazionali continuano a lavorare per salvare l'intesa.

Pakistan e Stati Uniti avevano annunciato già sabato di aspettarsi la firma dell'accordo proprio domenica, giorno dell'ottantesimo compleanno di Donald Trump. Fonti coinvolte nei negoziati hanno confermato che l'intesa sarebbe ormai "a un passo dal traguardo".

Secondo quanto emerso, il presidente americano avrebbe persino informato telefonicamente il presidente russo Vladimir Putin dell'imminente conclusione dell'accordo.

A Islamabad, il governo pakistano ha confermato che sono in corso gli ultimi preparativi tecnici per una firma elettronica dell'intesa attraverso videocollegamento tra Washington e Teheran. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che il testo definitivo sarebbe già stato approvato da entrambe le parti e che, una volta firmato, inizierà una nuova fase di negoziati tecnici.

Nel frattempo, una delegazione di mediatori qatarioti è arrivata domenica mattina a Teheran per contribuire alla finalizzazione degli ultimi dettagli.

Secondo numerose fonti diplomatiche, la bozza dell'accordo prevede importanti concessioni reciproche.

Gli Stati Uniti si impegnerebbero a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati e ad alleggerire le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica.

In cambio, l'Iran dovrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio energetico mondiale, e sospendere qualsiasi espansione del proprio programma nucleare.

Teheran si impegnerebbe inoltre a mantenere lo status quo sul nucleare durante una fase negoziale di sessanta giorni, senza aumentare l'arricchimento dell'uranio né ampliare gli impianti esistenti.

Resta però aperto uno dei nodi più delicati dell'intera trattativa. Gli Stati Uniti puntano infatti allo smantellamento completo del programma nucleare iraniano e alla distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito. L'Iran, invece, continua a sostenere di non voler sviluppare armi atomiche e propone semplicemente di diluire il materiale già arricchito mantenendolo all'interno del Paese.

La guerra iniziata il 28 febbraio tra Stati Uniti, Israele e Iran ha provocato migliaia di vittime, soprattutto in Iran e in Libano, e ha esteso il conflitto a diversi fronti regionali.

Le tensioni hanno coinvolto anche Hezbollah, alleato strategico di Teheran, mentre l'Iran ha colpito Israele e alcune basi americane presenti nei Paesi del Golfo.

Particolarmente grave l'impatto sul mercato energetico internazionale. Teheran ha di fatto bloccato il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale, provocando forti aumenti dei prezzi dell'energia. Gli Stati Uniti hanno risposto bloccando diversi porti iraniani.

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha dichiarato che la fine del blocco navale scatterà immediatamente dopo la firma dell'accordo, ma ha precisato che Washington manterrà una consistente presenza militare nella regione per garantire che "l'opzione militare resti sul tavolo" durante i successivi negoziati sul nucleare.

Sul piano politico emerge inoltre una crescente distanza tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Israele ha più volte ribadito di non considerarsi vincolato dai negoziati tra Washington e Teheran e insiste sulla propria libertà d'azione militare in Libano. Secondo diverse fonti diplomatiche, Netanyahu si sarebbe scontrato con la Casa Bianca proprio sulla richiesta americana di ridurre le operazioni contro Hezbollah per favorire il successo delle trattative con l'Iran.

Alcuni osservatori arrivano persino a interpretare il raid di Beirut come un tentativo di sabotare l'intesa imminente. Una fonte diplomatica citata dai media americani ha sostenuto che l'attacco israeliano abbia complicato notevolmente gli sforzi per arrivare alla firma finale dell'accordo.

Per il momento, tuttavia, i mediatori continuano a mostrarsi ottimisti. Resta però da capire se le minacce iraniane di una "forte risposta" e la nuova escalation in Libano finiranno per far deragliare un accordo che potrebbe rappresentare una delle più importanti svolte diplomatiche in Medio Oriente degli ultimi anni.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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