Minneapolis è di nuovo l'epicentro di una crisi che non può più essere liquidata come incidente isolato. La decisione del governatore Tim Walz di attivare la Guardia Nazionale del Minnesota, a supporto della polizia locale, arriva dopo l'ennesima sparatoria mortale compiuta da agenti federali dell'immigrazione. Una scelta estrema, ma inevitabile, di fronte a una situazione che porta la firma politica dell'amministrazione Trump e che sta trasformando operazioni federali in una spirale di violenza incontrollata.
Erano le nove del mattino quando degli agenti federali hanno aperto il fuoco a Minneapolis, uccidendo un uomo e scatenando nuove proteste di massa. È la terza sparatoria contro civili in appena 17 giorni in quella città, la seconda con esito mortale. La vittima si chiamava Alex Jeffrey Pretti, infermiere residente a Minneapolis. Nessun precedente penale, se non qualche multa per divieto di sosta. Un profilo, il suo, che rende ancora più assurde le giustificazioni ufficiali fornite dai nazifascisti dell'ammistrazione federale e dal loro padrone, Donald Trump.
La notizia si è diffusa in pochi minuti, grazie a un video girato da un passante e pubblicato sui social. Le immagini mostrano agenti che cercano di immobilizzare Pretti sul marciapiede. L'uomo è a terra, uno degli agenti lo colpisce con un oggetto, poi uno sparo. Subito dopo, altri spari. Un'analisi del New York Times parla di almeno dieci colpi esplosi in cinque secondi. Una tempistica che lascia poco spazio all'idea di un colpo accidentale o di una reazione misurata.
A rendere il quadro ancora più grave è il fatto che il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, la principale agenzia investigativa dello Stato, abbia dichiarato di non aver avuto accesso alla scena del crimine. In altre parole: lo Stato viene tenuto fuori dall'indagine su un omicidio avvenuto sul suo territorio, per mano di agenti federali. È un corto circuito istituzionale che mina qualsiasi pretesa di trasparenza.
La reazione del governatore Walz è stata immediata e durissima. «Ho appena parlato con la Casa Bianca dopo un'altra orribile sparatoria da parte di agenti federali. Il Minnesota ne ha abbastanza. È disgustoso. Il presidente deve porre fine a questa operazione. Migliaia di agenti violenti e inesperti devono andare via dal Minnesota. Subito», ha scritto su X. In conferenza stampa ha poi dichiarato apertamente di non avere alcuna fiducia né in Donald Trump né in Gregory Bovino, il discusso capo della Border Patrol, responsabile di quest'ultimo omicidio. La sua fiducia, ha detto, va ai cittadini e ai video girati dai presenti: strumenti ormai essenziali per ricostruire fatti che, nelle versioni ufficiali federali, vengono sistematicamente stravolti.
Difficile dargli torto. La ricostruzione fornita da Bovino sembra infatti provenire da una realtà parallela. Secondo il capo della Border Patrol, gli agenti sarebbero stati impegnati in un'operazione contro un uomo accusato di violenza domestica quando un individuo si sarebbe avvicinato con una pistola. Gli agenti avrebbero tentato di disarmarlo, incontrando una “violenta resistenza”, e avrebbero quindi sparato per legittima difesa. Aggiungendo che l'uomo aveva due caricatori pieni e nessun documento.
Peccato che questa narrazione sia stata smentita dai fatti accertati dalle autorità locali. Il capo della polizia di Minneapolis, Brian O'Hara, ha confermato che la vittima era in possesso di un'arma e di un regolare porto d'armi. In Minnesota, questo significa essere perfettamente in regola nel portare un'arma in pubblico. Nessuna violazione della legge. Oltretutto, la pistola era nella sua auto! O'Hara ha inoltre rivelato che gli agenti federali avevano ordinato alla polizia cittadina di lasciare la scena, un ordine respinto: tutti gli agenti non in servizio sono stati richiamati. Un atto di resistenza istituzionale che dice molto sul livello di tensione e sfiducia tra autorità locali e governo federale.
Il sindaco Jacob Frey ha posto la domanda che l'amministrazione Trump continua a ignorare: «Quanti altri americani devono morire o essere feriti affinché questa operazione finisca? Quante vite devono essere perse prima che questa amministrazione capisca che una narrazione politica di parte non vale più dei valori americani?». Frey ha parlato apertamente di una città “invasa” dal proprio governo federale, di operazioni che ricordano pratiche viste in altri Paesi, non negli Stati Uniti.
Ed è questo il punto centrale, che l'amministrazione Trump finge di non vedere. Quella in corso non è una politica di sicurezza: è una dimostrazione di forza ideologica, portata avanti a costo di vite umane, contro comunità che vengono trattate come territori ostili. Minneapolis non è un campo di battaglia, e gli agenti federali non sono un esercito di occupazione. Continuare su questa strada significa erodere, giorno dopo giorno, la fiducia nelle istituzioni e i pilastri stessi della democrazia americana.
Come ha ammonito Frey, un giorno i figli chiederanno da che parte stavano gli adulti. L'amministrazione Trump, su questo, ha già dato una risposta chiara. Ed è una risposta che la storia difficilmente assolverà.


