“Il voto del 22 e 23 marzo 2026 ci dice che questo tipo di riforme senza ascolto è destinato a fallire”. “Se la politica smette di dialogare con le altre istituzioni, il "popolo sovrano" interviene per rimettere ordine, spesso con un "No" che è più un grido di difesa che una bocciatura tecnica”.


Professore, partiamo subito dal dato che ha lasciato tutti stupiti: circa il 60% di affluenza. Nel 2022 il referendum sulla giustizia fu un deserto e invece con questo risultato sembra di essere tornati agli anni d'oro della partecipazione elettorale dei cittadini italiani. Secondo il suo parere cosa è cambiato?

È cambiata la percezione dei contenuti del referendum. Nel 2022 avevamo quesiti tecnici e astratti. Stavolta si percepiva che in ballo c’era l’architettura stessa della democrazia: la separazione dei poteri. Quando tocchi le colonne portanti della Costituzione, gli italiani reagiscono e si svegliano dalla loro "anestetizzazione" civica. Non è stato un voto sulla giustizia, è stato un voto sulla magistratura, sulla giurisdizione e sulla tenuta delle istituzioni democratiche.


Parliamo dei giovani con cui lei interagisce quotidianamente. Le proiezioni dicono che nella fascia 18-28 anni ha votato quasi il 67% degli aventi diritto e in gran parte per il No. È la fine dell'apatia della cd. "Generazione Z"?

Troppo spesso sottovalutiamo i nostri giovani, io che invece li conosco bene so che non si tratta di fine dell'apatia, ma di una coscienza civile consapevole. I giovani hanno capito che riforme come la separazione delle carriere, i due CSM o il sorteggio, non erano semplici aggiustamenti burocratici, ma nascondevano il rischio reale di indebolire l'indipendenza della magistratura. Hanno votato per difendere un contrappeso. È paradossale: la politica li credeva distanti, invece si sono dimostrati i più efficaci custodi dell’articolo 104 della Costituzione.


Il Governo però sosteneva che la riforma avrebbe garantito un processo più equo e un giudice davvero "terzo". Perché il messaggio non è passato?

Fondamentalmente per una questione di metodo totalmente errato poiché la Costituzione non è un giocattolo da aggiustare a colpi di maggioranza. Il "No" al 54% suggerisce che il Paese non vuole una magistratura che rischi di scivolare, anche solo simbolicamente, sotto l'influenza dell'esecutivo. La gente ha scelto la stabilità dei principi fondamentali voluti dai padri e dalle madri Costituenti rispetto all'avventura di riforme radicali proposte in maniera frettolosa e qualitativamente discutibile.


La Costituzione "vince" ancora una volta?

La Costituzione vince sempre! Ha dimostrato di avere radici più profonde di quanto pensassero i palazzi romani. Ha vinto la voglia di non complicare ciò che, pur con i suoi difetti, garantisce ancora l'equilibrio dei poteri.

Cosa succede ora?

Con la bocciatura della riforma Nordio-Meloni, il sistema della magistratura resta quello attuale. Il Governo dovrà ora decidere se cercare una mediazione su riforme più "leggere" e non costituzionali o cambiare completamente agenda politica. Molte di queste riforme di matrice costituzionale si possono fare con leggi ordinarie. La Costituzione dovrebbe essere il luogo del dialogo per eccellenza. Negli ultimi anni, tuttavia, è stata usata spesso come una bandiera identitaria in base alla quale per la maggioranza, la Costituzione va aggiornata perché il mondo è cambiato, mentre per l'opposizione, la Costituzione non si tocca. Il referendum ha dimostrato che il "dialogo" che conta è quello della condivisione. Se una riforma spacca il Paese a metà, significa che il dialogo è fallito o non c’è stato. Una vera e sentita riforma costituzionale dovrebbe idealmente viaggiare su una maggioranza larga (i due terzi del Parlamento), proprio per evitare il trauma del referendum oppositivo.


Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA).