Per mesi il governo di Giorgia Meloni e il partito di Fratelli d'Italia hanno costruito una narrazione rigidissima sul tema dell’antisemitismo. Chiunque osasse criticare Israele, partecipare a una manifestazione per Gaza o esprimere posizioni troppo dure contro il governo Netanyahu veniva spesso guardato con sospetto, quando non direttamente accusato di strizzare l’occhio all’odio antiebraico.
Una linea politica e mediatica aggressiva, che ha trasformato l’accusa di antisemitismo in una clava utile a colpire avversari politici, movimenti studenteschi, associazioni e pezzi dell’opposizione.
Adesso però quella clava rischia di tornare indietro come un boomerang.
Le rivelazioni del quotidiano Domani sulle chat private di alcuni dirigenti di Fratelli d’Italia in Trentino hanno aperto una crepa enorme dentro la retorica morale della destra meloniana. Le frasi emerse sono pesantissime, impossibili da ridimensionare con il solito repertorio delle “battute private”, delle “frasi decontestualizzate” o degli “sfoghi personali”.
“Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci”, “leccaculo dei giudei”: parole che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue e che riportano alla superficie un antisemitismo volgare, brutale, antico.
Tra i protagonisti della chat compare anche Cristian Zanetti, ex candidato alla presidenza del partito a Trento. Non un militante qualsiasi trovato per caso ai margini del movimento, ma una figura politica interna all’organizzazione. Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda devastante per l’immagine di Fratelli d’Italia: non si tratta di un incidente isolato o di un profilo anonimo sui social, ma di persone che gravitano dentro il partito della premier.
A Montecitorio la vicenda è esplosa immediatamente. Le opposizioni hanno chiesto un’informativa urgente della presidente del Consiglio. Riccardo Ricciardi è andato dritto al cuore della questione: “Avete bollato quelli che scendevano in piazza come antisemiti, invece gli antisemiti ce li avete nel partito”.
Una frase durissima, ma politicamente difficile da smontare. Perché il problema non è soltanto l’esistenza di quelle chat: il problema è il gigantesco doppio standard applicato in questi mesi dalla destra.
Quando gli episodi riguardavano studenti, attivisti o esponenti della sinistra, Fratelli d’Italia pretendeva condanne immediate, espulsioni simboliche, prese di distanza nette e definitive. Adesso invece tutto si muove con estrema cautela.
Le fonti del partito parlano di incompatibilità dell’antisemitismo con FdI, ma contemporaneamente prendono tempo: “Se le cose riportate sono state scritte davvero da esponenti iscritti a FdI agiremo di conseguenza”. Una formula burocratica, fredda, che somiglia molto più a una strategia difensiva che a un’indignazione autentica.
Ed è qui che emerge l’aspetto più problematico dell’intera vicenda: la sensazione che dentro Fratelli d’Italia esista ancora una difficoltà strutturale nel fare davvero i conti con certe culture politiche e certi linguaggi. Per anni Meloni ha lavorato per ripulire l’immagine internazionale del suo partito, presentandolo come una destra conservatrice moderna, atlantista, filo-israeliana e distante dalle ombre del neofascismo italiano. Un’operazione politica accuratissima, sostenuta anche da una forte esposizione mediatica internazionale.
Ma le chat del Trentino rischiano di demolire quella narrazione molto più di qualsiasi attacco dell’opposizione. Perché mostrano qualcosa che la comunicazione ufficiale non riesce a controllare: ciò che alcuni dirigenti dicono quando pensano di essere lontani dai riflettori.
La reazione di Debora Serracchiani fotografa bene il nodo politico della questione: “Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano ancora ricoprire ruoli istituzionali importanti”. È una domanda che va oltre il caso specifico. Perché se Fratelli d’Italia vuole davvero sostenere che l’antisemitismo è incompatibile con il partito, allora la risposta non può essere un comunicato prudente o attendista. Servono provvedimenti immediati, trasparenti, pubblici.
Anche perché il rischio politico per Meloni è enorme. Non solo sul piano interno, ma soprattutto su quello internazionale. La presidente del Consiglio ha investito moltissimo nel rapporto con Israele e nella costruzione di una credibilità occidentale fondata anche sulla condanna senza ambiguità dell’antisemitismo. Se però dentro il suo partito emergono dirigenti che usano tranquillamente espressioni antiebraiche, quella credibilità rischia di incrinarsi pesantemente.
Il paradosso è evidente: la destra italiana ha passato mesi a impartire lezioni morali al resto del Paese, salvo poi scoprire che certe pulsioni si annidavano proprio dentro casa propria. E quando accade questo, non basta dire “agiremo se sarà confermato”. Perché le parole riportate sono già politicamente devastanti.
Ora Meloni si trova davanti a un bivio molto netto. O sceglie una linea durissima, con espulsioni immediate e una presa di distanza senza sfumature, oppure dovrà convivere con il sospetto che l’indignazione mostrata finora contro l’antisemitismo fosse più uno strumento politico che una battaglia di principio.


