Cinque Paesi sudamericani uniscono le forze contro le mafie, così l’Accordo di Santiago segna una svolta geopolitica e di sicurezza per l’area andina. Per valutarne la portata è necessario considerare il contesto di emergenza in cui nasce, i pilastri operativi su cui si fonda e le principali sfide geopolitiche che dovrà affrontare.
Negli ultimi anni il crimine organizzato in America Latina ha mutato profondamente la sua natura: non si tratta più soltanto di cartelli isolati, ma di vere e proprie holding criminali transnazionali. Esempi recenti includono le reti ecuadoriane in collegamento con mafie messicane e albanesi, che sfruttano la porosità delle frontiere andine.
L’Ecuador, da tempo considerato un’isola di relativa stabilità, registra oggi uno dei tassi di omicidio più elevati al mondo a causa del controllo dei porti da parte delle bande criminali. Il Cile, storicamente tra i paesi più sicuri della regione, ha visto un aumento inedito della violenza e dei sequestri, fenomeno che ha rilanciato l’agenda politica (spinta, tra gli altri, dal presidente Kast). Perù e Bolivia restano snodi strategici per produzione e transito di cocaina. L’Argentina, in particolare la città di Rosario, è gravata da infiltrazioni del narcotraffico e fenomeni di riciclaggio.
Questi sviluppi dimostrano che gli sforzi nazionali isolati non sono più sufficienti, poiché i gruppi criminali operano più velocemente e con maggiore capacità di adattamento rispetto alla burocrazia statale. Sulle linee tracciate dal professor Vincenzo Musacchio, già consulente del Governo equadoregno, l’Accordo si è sviluppato proprio sulle tre direttrici operative indicate dall’esperto internazionale di mafie.
Intelligence e cooperazione giudiziaria internazionale. Fino a oggi la cooperazione tra procure e forze di polizia è stata rallentata da procedure burocratiche e diffidenze politiche. L’Accordo punta a: creare canali di comunicazione criptati e diretti tra le polizie dei Paesi firmatari, con funzioni analoghe a una Interpol regionale; condividere database su mandati di cattura, profili dei leader criminali e rotte logistiche; agevolare estradizioni e indagini congiunte transfrontaliere. Queste misure, applicate con criteri di tutela dei diritti e delle procedure legali, mirano a ridurre i tempi di risposta e a coordinare operazioni investigative complesse.
Controllo integrato delle frontiere. La geografia andina—cordigliera, altipiani e tratti desertici tra Cile, Bolivia e Perù—complica il pattugliamento. Il piano prevede: pattugliamenti congiunti e missioni coordinate; impiego condiviso di tecnologie (droni, sorveglianza satellitare, radar costieri e terrestri); operazioni volte non solo al contrasto del narcotraffico, ma anche della tratta di esseri umani e del contrabbando di armi, fattori che alimentano intere economie illegali. Esempi pratici includono pattugliamenti aerei congiunti lungo le rotte di transito della cocaina e interventi coordinati sui porti maggiormente vulnerabili al carico illegale.
Contrasto ai flussi finanziari illeciti. Il vero tallone d’Achille delle organizzazioni criminali è il denaro. L’Accordo si concentra su: coordinamento tra Unità di Informazione Finanziaria (UIF) per tracciare flussi sospetti nei settori immobiliare, commerciale e delle criptovalute; meccanismi per il congelamento simultaneo dei beni in più giurisdizioni, riducendo la capacità dei clan di spostare capitali; scambio tempestivo di indicatori di rischio e analisi finanziarie congiunte. Queste azioni mirano a interrompere la catena economica che sostiene le operazioni criminali e a rendere inefficace la strategia di dispersione patrimoniale.
Nonostante l’ambizione dell’Accordo e la scadenza stringente dei 180 giorni per la prima verifica, l’efficacia dipenderà dalla capacità di superare ostacoli storici e strutturali. Cile e Argentina dispongono di apparati di sicurezza e tecnologie più avanzate rispetto a Bolivia ed Ecuador, quest’ultimo in una fase di crisi istituzionale ed economica. Occorreranno meccanismi di assistenza tecnica e finanziaria per ridurre il divario operativo. I cinque governi hanno orientamenti politici differenti. Mantenere la cooperazione tecnica autonoma rispetto alle tensioni diplomatiche e ai cambi di governo sarà fondamentale per la continuità operativa. Come ricordato più volte dal professor Vincenzo Musacchio, il crimine organizzato in America Latina è in grado di corrompere le istituzioni pubbliche. Lo scambio di intelligence, pertanto, richiede fiducia e procedure di sicurezza interna rigorose; il pericolo di «soffiate» o fughe di notizie da parte di funzionari corrotti rappresenta una minaccia costante per le operazioni congiunte.
L’Accordo di Santiago è la certificazione del riconoscimento espresso che la criminalità in Sudamerica costituisce oggi una minaccia anche alla stabilità democratica degli Stati. La costituzione di un gruppo di lavoro congiunto non è solo un atto diplomatico, ma un tentativo pragmatico di costruire uno «scudo andino» contro reti criminali transnazionali. I primi risultati del monitoraggio semestrale saranno il banco di prova decisivo: dalle azioni concrete (arresti coordinati, sequestri patrimoniali simultanei, riduzione delle rotte di traffico) si capirà se l’accordo resterà una dichiarazione di intenti o diventerà un modello operativo esportabile all’intera regione. Per avere successo, secondo Musacchio, l’iniziativa dovrà combinare cooperazione tecnica, supporto finanziario mirato, standard condivisi di integrità e meccanismi di governance che garantiscano continuità oltre i cicli politici nazionali.


