Il dibattito sull'opportunità di vietare la pubblicità che esalta l'alcol è ampio e complesso, poiché tocca da vicino temi legati alla salute, all'economia e alle libertà individuali. Le diverse posizioni su questo argomento si dividono tra chi sostiene la necessità di un divieto totale e chi difende una regolamentazione parziale.

I sostenitori del divieto totale assimilano l'alcol al tabacco. Evidenziano che l'alcol causa gravi patologie, dipendenza e costi sociali enormi legati alle cure mediche e agli incidenti stradali. I dati evidenziano milioni di consumatori a rischio e migliaia di decessi ogni anno. La pubblicità ha una forte influenza sui giovani e sugli adolescenti. Eliminarla ridurrebbe l'esposizione precoce a modelli di consumo che associano le bevande alcoliche al successo sociale, al divertimento o alla maturità. 

Vietare il marketing dell'alcol contribuirebbe a ridurre la normalizzazione culturale dell'abuso, limitando lo stimolo visivo continuo che incentiva il consumo impulsivo o eccessivo. Le aziende produttrici e il settore pubblicitario sottolineano l'importanza economica della filiera vinicola e degli alcolici, pilastri importanti per il PIL e l'export di molti Paesi. Un divieto totale danneggerebbe gravemente le imprese storiche e l'occupazione. Si argomenta che l'alcol, se assunto con moderazione fa parte della tradizione gastronomica e culturale e non può essere equiparato tout court al fumo. 

L'attenzione dovrebbe focalizzarsi sull'educazione al consumo moderato anziché sul proibizionismo. Molti ritengono che le restrizioni già vigenti siano sufficienti. Ad esempio, in Italia la legge vieta già la pubblicità di alcolici nei programmi per minori, l'uso di modelli minorenni e la trasmissione in specifiche fasce orarie protette. Esiste inoltre un severo codice di autodisciplina della comunicazione commerciale che impedisce di promuovere l'abuso o di associare l'alcol alla guida degli autoveicoli.