Per decenni il sostegno militare, diplomatico e politico degli Stati Uniti a Israele ha rappresentato uno dei rarissimi punti di convergenza bipartisan della politica americana. Democratici e repubblicani, pur con accenti differenti, hanno sempre considerato l'alleanza con lo Stato ebraico un pilastro della strategia statunitense in Medio Oriente. Oggi, tuttavia, quello scenario appare profondamente cambiato.

La recente bocciatura alla Camera dei Rappresentanti della proposta di sospendere gli aiuti militari a Israele ha confermato formalmente la permanenza della linea tradizionale, ma il dato politicamente più significativo è emerso proprio dall'entità del dissenso interno al Partito Democratico. Una frattura che si inserisce in un contesto già segnato dalle crescenti tensioni tra il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, fino al clamoroso annullamento della visita che il leader israeliano avrebbe dovuto compiere nei prossimi giorni a Washington.

La proposta era stata presentata dal deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie e puntava a interrompere l'assistenza militare americana destinata a Israele.

L'iniziativa è stata respinta grazie alla compattezza della quasi totalità dei repubblicani e di una parte consistente dei democratici, ma il risultato finale ha evidenziato un cambiamento che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile.

Ben 104 deputati hanno votato a favore della sospensione degli aiuti, mentre altri dieci hanno scelto di astenersi dichiarandosi "presenti". Tra i favorevoli figuravano ben 97 deputati democratici, praticamente quasi metà del gruppo parlamentare del partito.

Non si tratta quindi soltanto dell'ennesimo voto destinato a fallire, ma del segnale che una parte ormai consistente del Partito Democratico considera necessario rimettere in discussione il tradizionale sostegno incondizionato alle politiche del governo Netanyahu.

Le critiche all'operato del governo israeliano erano già emerse negli ultimi mesi soprattutto nell'ala progressista del partito, ma oggi coinvolgono anche figure appartenenti all'establishment democratico.

Fra queste vi è anche l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi, che ha espresso la propria contrarietà al mantenimento dell'attuale livello di assistenza militare.

Ancora più significativa è stata la presa di posizione della capogruppo democratica Katherine Clark, secondo cui "lo status quo non è sostenibile", una dichiarazione che certifica come il tema non possa più essere confinato all'interno della sola sinistra del partito.

Permane invece la posizione più tradizionale dei leader democratici al Congresso, il leader al Senato Chuck Schumer e quello della Camera Hakeem Jeffries, entrambi ancora favorevoli al mantenimento dell'alleanza strategica con Israele.

Dietro questa trasformazione politica si trova un cambiamento ancora più profondo: quello dell'opinione pubblica americana.

Secondo un sondaggio Gallup pubblicato a febbraio, per la prima volta nella storia recente gli americani dichiarano una maggiore simpatia nei confronti dei palestinesi rispetto agli israeliani.

Il 41% degli intervistati afferma infatti di guardare con maggiore favore alla causa palestinese, mentre il 36% si dichiara più vicino a Israele. Il dato assume dimensioni ancora più rilevanti tra gli elettori più giovani. Nella fascia compresa tra i 18 e i 34 anni, il sostegno ai palestinesi raggiunge il 53%, mentre appena il 23% dichiara maggiore simpatia per Israele.

Numeri che descrivono un cambiamento generazionale destinato a produrre effetti politici negli anni a venire.

La lunga guerra nella Striscia di Gaza ha profondamente modificato il modo in cui una parte crescente dell'elettorato democratico guarda al conflitto israelo-palestinese. Alle immagini delle devastazioni e delle vittime civili si è aggiunto il forte scontro interno agli Stati Uniti sulla gestione delle proteste universitarie filo-palestinesi.

Numerosi movimenti studenteschi hanno denunciato quella che considerano una repressione delle manifestazioni, accusando istituzioni e amministrazioni di aver equiparato automaticamente il sostegno alla causa palestinese all'antisemitismo. Una dinamica che ha contribuito ad ampliare la distanza tra la base progressista e una parte della dirigenza democratica, tanto che il termine "sionista" viene ormai spesso utilizzato con una connotazione fortemente negativa, un'evoluzione che testimonia quanto il linguaggio politico sia cambiato negli ultimi anni.

Fra gli episodi che hanno maggiormente colpito gli osservatori figura anche la presa di posizione di Rahm Emanuel. Ex capo di gabinetto di Barack Obama, già sindaco di Chicago e da sempre considerato una delle personalità ebraiche più influenti del Partito Democratico, Emanuel ha recentemente visitato Tel Aviv pronunciando parole che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili.

Secondo Emanuel, il progetto del cosiddetto "Grande Israele" rappresenterebbe una posizione altrettanto radicale e autodistruttiva quanto lo slogan "dal fiume al mare". Ha inoltre accusato il governo Netanyahu di essersi reso complice delle violenze inflitte a famiglie palestinesi innocenti in Cisgiordania. Si tratta di dichiarazioni provenienti da un esponente che per decenni è stato identificato con la componente più solidamente filo-israeliana del Partito Democratico.

Anche il deputato democratico Ro Khanna ha recentemente visitato alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania colpiti dalle violenze dei coloni israeliani. Durante la visita, secondo il suo racconto, sarebbe stato fermato e trattenuto temporaneamente da milizie estremiste operanti nell'area, in un episodio che ha suscitato ampio dibattito negli Stati Uniti. Khanna sostiene che Israele stia sottovalutando la profondità del cambiamento politico americano e ritiene che una nuova generazione di leader democratici possa modificare profondamente il rapporto tra Washington e Gerusalemme già dopo le elezioni del 2026 e del 2028.

Questo mutamento della politica interna americana si intreccia con il deterioramento dei rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Secondo quanto riportato da numerosi media internazionali, il presidente americano avrebbe manifestato forte irritazione nei confronti del premier israeliano dopo alcune iniziative militari che, secondo la Casa Bianca, avrebbero compromesso i delicati equilibri raggiunti con Teheran. Le tensioni sono culminate nell'annullamento della visita istituzionale che Netanyahu aveva in progrmma nei prossimi giorni a Washington.

La cancellazione dell'incontro rappresenta un segnale diplomatico significativo, soprattutto considerando il tradizionale rapporto privilegiato che aveva caratterizzato negli anni passati i due leader. L'episodio evidenzia come anche all'interno dell'amministrazione Trump stiano emergendo divergenze sulla gestione del dossier mediorientale e sulle iniziative del governo israeliano.

Nel Partito Repubblicano il sostegno a Israele rimane largamente prevalente, attestandosi intorno al 70% secondo le rilevazioni disponibili. Anche in questo caso, tuttavia, iniziano ad affiorare elementi di dissenso.

Una parte dell'universo MAGA ha espresso crescente malcontento per il coinvolgimento americano nella crisi con l'Iran, ritenendo che Washington abbia finito per sostenere indirettamente una guerra funzionale soprattutto agli interessi israeliani.

Commentatori molto seguiti nell'area conservatrice, come Tucker Carlson, Candace Owens e Nick Fuentes, hanno espresso critiche sempre più dure nei confronti della politica israeliana, seppure partendo da posizioni tra loro molto differenti e, in alcuni casi, accompagnate da elementi che numerosi osservatori hanno ricondotto a stereotipi e pregiudizi antisemiti.

Consapevole del mutamento in atto, Netanyahu starebbe così cercando di ridefinire il rapporto con Washington proponendo un nuovo modello di cooperazione.

L'idea consiste nel sostituire progressivamente parte degli aiuti economici diretti con un programma di integrazione tecnologica e industriale tra le industrie della difesa israeliane e quelle statunitensi, denominato United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative.

L'obiettivo sarebbe quello di trasformare sempre più le Forze di difesa israeliane in un partner pienamente integrato all'interno del complesso militare-industriale americano.

Anche questa proposta, tuttavia, avrebbe incontrato resistenze sia tra i democratici sia tra i repubblicani.

A complicare ulteriormente il quadro politico vi è inoltre la scomparsa del senatore Lindsey Graham, per anni considerato uno dei principali sostenitori di Israele al Congresso e uno degli interlocutori più influenti nei rapporti tra Netanyahu e Donald Trump.