Europa, svolta su Gaza: Bruxelles prova a uscire dall'irrilevanza diplomatica
L'Europa torna a muoversi sul dossier palestinese, e lo fa in un momento che potrebbe segnare un cambio di passo politico. La sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria ha aperto uno spazio finora bloccato all'interno dell'Unione, permettendo ai 27 di riconsiderare il proprio ruolo nel conflitto israelo-palestinese, tra Gaza e Cisgiordania.
A Bruxelles, oltre 60 Paesi hanno partecipato a un vertice con rappresentanti palestinesi per discutere sicurezza, stabilità e prospettive di pace. Un segnale chiaro: l'Unione europea vuole smettere di essere spettatrice, dopo anni in cui – pur essendo il principale donatore per i palestinesi – è rimasta ai margini delle decisioni chiave.
Per anni, il governo di Orbán ha rappresentato un ostacolo sistematico a qualsiasi iniziativa europea critica verso Israele. Dalle sanzioni ai coloni terroristi fino alle prese di posizione politiche, Budapest ha bloccato ogni tentativo di azione comune.
Ora, con l'ascesa del nuovo leader Péter Magyar, lo scenario cambia. Magyar ha già indicato un approccio più pragmatico: relazioni con Israele sì, ma anche ritorno nella Corte Penale Internazionale, che ha emesso un mandato d'arresto per Benjamin Netanyahu in relazione alle operazioni a Gaza.
Un cambio che potrebbe sbloccare dossier congelati da anni. “Ventisei Paesi su ventisette vogliono sanzioni contro i coloni violenti”, ha sottolineato l'Alto rappresentante UE Kaja Kallas. Finora bastava un veto per fermare tutto. Oggi, quel veto potrebbe sparire.
Tra i governi più attivi c'è quello spagnolo guidato da Pedro Sánchez, che propone una mossa drastica: sospendere l'Accordo di associazione UE-Israele, il pilastro delle relazioni economiche e commerciali in vigore dal 2000.
La proposta verrà formalizzata al prossimo Consiglio dei ministri degli Esteri, ma resta difficile da approvare. Paesi come Germania e Austria continuano a sostenere Israele, rendendo improbabile una rottura totale.
Più realistiche, invece, appaiono sanzioni mirate contro i coloni israeliani in Cisgiordania, che potrebbero passare con una maggioranza qualificata.
Sul terreno, la situazione resta drammatica. Gaza è in macerie dopo due anni di guerra, mentre in Cisgiordania aumentano violenze e restrizioni. Secondo il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot, la prospettiva dei due Stati “diventa ogni giorno più difficile”.
Eppure, per Bruxelles e molti partner internazionali, resta l'unica via praticabile.
Il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa ha lanciato da Bruxelles un appello chiaro: un solo Stato, un solo governo, una sola struttura di sicurezza.
Tra le priorità:
- ritiro completo delle forze israeliane da Gaza,
- disarmo progressivo dei gruppi armati, inclusa Hamas,
- coordinamento internazionale per la sicurezza,
- ritorno dell'Autorità Palestinese nella Striscia.
Ma la sfida più urgente è economica. L'economia palestinese è al collasso: disoccupazione al 44%, fino all'80% a Gaza, infrastrutture distrutte e quasi due milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari.
Mustafa ha denunciato anche il blocco dei trasferimenti fiscali da parte israeliana – circa 5 miliardi di dollari – che rappresentano la principale fonte di entrate pubbliche palestinesi. Paesi come Germania e Austria, pertanto, sono complici di tale ladrocinio!
Finora l'UE è rimasta fuori dai negoziati più rilevanti, incluso il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti sotto la guida del presidente Donald Trump. Bruxelles ha preferito il multilateralismo delle Nazioni Unite, evitando di aderire direttamente al “Board of Peace” promosso da Washington.
Ora però l'obiettivo è chiaro: non restare più ai margini.
Il vertice di Bruxelles segna un tentativo concreto di rilancio. Tra fondi per la ricostruzione, riforme istituzionali palestinesi e nuove iniziative diplomatiche, l'Unione europea cerca di ritagliarsi un ruolo più incisivo in un conflitto che si consuma a poche centinaia di chilometri dalle sue coste.
La finestra aperta dalla fine dell'era Orbán potrebbe essere breve. Le divisioni interne restano profonde e il contesto internazionale – tra tensioni con l'Iran, crisi energetica e instabilità regionale – rende ogni passo incerto.
Ma per la prima volta dopo anni, Bruxelles sembra pronta a tentare di contare davvero. Resta da capire se sarà in grado di trasformare le parole in azioni concrete.