La guerra a Gaza ha riacceso le piazze italiane. Cortei, presidi, scioperi: la Cgil il 19 settembre, i sindacati di base il 22. Migliaia di persone hanno sventolato bandiere, invocato il cessate il fuoco, chiesto il riconoscimento dello Stato di Palestina e la fine dei rapporti commerciali e militari con Israele.

Scioperi, cortei, bandiere, proclami altisonanti: per Gaza i sindacati italiani riscoprono improvvisamente i muscoli. Tutto legittimo, tutto sacrosanto. 

Ma c’è un dettaglio che stride. Lo stesso sindacato che oggi minaccia di “bloccare il Paese contro il genocidio a Gaza", dov’era quando venivano massacrati i diritti dei lavoratori italiani? Dov’era quando è stato cancellato l’Articolo 18? Quando la riforma Dini e poi la Legge Fornero hanno trasformato la pensione in una corsa ad ostacoli sempre più alti, costringendo milioni di lavoratori a restare in fabbrica o in ufficio fino a 70 anni in cambio di assegni previdenziali da fame? Dov’era quando, seduto ai tavoli contrattuali, firmava rinnovi da quattro soldi, ben al di sotto del costo reale della vita, relegando gli stipendi italiani al fanalino di coda in Europa?

È curioso, e un po’ ipocrita, scoprire che la capacità di mobilitazione del sindacato esplode solo quando si tratta di temi geopolitici lontani, dove l'Italia nel suo insieme conta meno del due di coppe, mentre si spegne miseramente davanti alle condizioni concrete di chi dovrebbe rappresentare ogni giorno, laddove, invece, avrebbe la possibilità di incidere. Per Gaza si trovano la voce e la piazza; per i salari da fame, per la precarietà cronica, per i pensionati ridotti alla povertà, invece, prevalgono silenzi, compromessi e passerelle mediatiche.

Ben vengano le manifestazioni contro la guerra, nessuno lo mette in dubbio. Ma i lavoratori italiani avrebbero bisogno, prima ancora, di un sindacato che torni a fare il suo mestiere: difendere chi lavora, chi produce, chi subisce da decenni riforme punitive e contratti al ribasso. Altrimenti le organizzazioni sindacali rischiano di perdere del tutto la credibilità. Perché con i cortei internazionali ci si fa belli, ma con la resa quotidiana davanti ai governi e ai padroni di casa nostra si tradisce la ragione stessa per cui i sindacati esistono.

Insomma, che il sindacato si indigni e manifesti per Gaza va bene. Ma, allora, che si mobiliti anche per i milioni di italiani che ogni giorno affrontano precarietà, stipendi da fame e pensioni impossibili. Altrimenti le manifestazioni pro-Gaza non sono altro che una foglia di fico per coprire anni di resa e complicità.

Perché è facile gridare pace in Medio Oriente, laddove nè il sindacato nè il governo hanno voce in capitolo. Molto più difficile è avere il coraggio di pretendere giustizia in Italia.