«18 aprile 2026, giornata da ricordare». Così Matteo Salvini commenta la manifestazione andata in scena sabato in piazza Duomo. Un ringraziamento rivolto «a chi c’era, e a chi ci sarà la prossima volta», che suona già come un’ammissione implicita: la mobilitazione c’è stata, ma non ha avuto la forza dirompente che il leader leghista avrebbe voluto. In pratica... erano tre amici al bar!
Il colpo d’occhio racconta di una piazza "minimalista" : circa 5 mila persone secondo fonti indipendenti, il doppio secondo gli organizzatori. Numeri lontani dalle grandi adunate del passato. E mentre dal palco si scandivano slogan identitari, nelle vie circostanti si svolgevano le contromanifestazioni della sinistra.
Sul palco, Salvini pesca a piene mani dal repertorio storico della Lega, riportando in auge il celebre «Padroni a casa nostra», già marchio di fabbrica di Umberto Bossi. Un messaggio diretto, semplice, polarizzante.
Nel mirino finiscono ancora una volta l’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale, definiti una sorta di coppia “malefica” capace, secondo la narrazione leghista, di impedire all’Italia di usare le proprie risorse per sostenere cittadini e imprese. Da qui l’ultimatum a Bruxelles: sospendere il Patto di Stabilità o «faremo da soli».
Una posizione che intercetta il malcontento economico ma che si scontra con vincoli reali e con una complessità che gli slogan tendono inevitabilmente a semplificare.
Accanto a Salvini, la galassia dei “Patrioti” europei: presenti sul palco Jordan Bardella e Geert Wilders, mentre Santiago Abascal interviene in collegamento. Un fronte sovranista che prova a mostrarsi compatto, nonostante le difficoltà e le divergenze emerse negli ultimi mesi.
La Lega, infatti, arriva a questo appuntamento indebolita: tra defezioni interne, come quella di Roberto Vannacci, e alleati internazionali in affanno, come Viktor Orbán. Senza dimenticare i rapporti più freddi con figure ingombranti come Donald Trump.
Due i temi principali su cui Salvini costruisce il suo intervento.
Il primo è il Green Deal europeo, definito «un mostro ideologico» da smantellare. Il secondo è l’immigrazione, affrontata con toni duri e con il rilancio del concetto di “remigrazione”. Secondo il leader leghista, si tratta di un ritorno “selettivo” nei Paesi d’origine per chi viola le regole, accompagnato dall’idea di un permesso di soggiorno a punti.
Una linea che punta a intercettare insicurezze diffuse, ma che continua a dividere profondamente l’opinione pubblica e a sollevare interrogativi sul piano giuridico e umano.
Sul fronte economico, Salvini collega le difficoltà italiane anche alle tensioni in Medio Oriente e attacca la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accusandola di preparare «un nuovo lockdown». Un’ipotesi che al momento non trova riscontri concreti, ma che serve a rafforzare la narrazione anti-Bruxelles.
Le soluzioni proposte dalla Lega restano controverse: ritorno al gas russo e rilancio del nucleare. Due obiettivi complessi, non solo politicamente ma anche tecnicamente, e in parte in contrasto con la linea del governo guidato da Giorgia Meloni.
Da Barcellona, la manifestazione viene letta con occhi molto diversi. La Global Progressive Mobilisation la definisce una piazza «surreale e grottesca», accusando la destra di alimentare paure senza offrire soluzioni concrete.
Il confronto è netto: da una parte una politica identitaria e conflittuale, dall’altra – secondo i progressisti – un modello basato su convivenza, giustizia sociale e sostenibilità, come rivendicato dal governo di Pedro Sánchez.
La giornata milanese segna un tentativo evidente di rilancio per Salvini e per la Lega. Ma tra numeri inferiori alle attese, slogan già sentiti e proposte difficili da realizzare, resta il dubbio che una piazza – per quanto rumorosa – non sia sufficiente a colmare le crepe politiche di un partito in cerca di nuova identità.
E forse, proprio quel riferimento alla “prossima volta” tradisce più una speranza che una certezza.


