Marco Della Gatta costruisce un progetto artistico solido, dove la parola poetica diventa materia sonora e il Sud si trasforma in simbolo più che in semplice luogo geografico.

Il titolo “Tu non conosci il Sud” è molto diretto, quasi una dichiarazione. Nel tuo caso, a chi è rivolto davvero?
Sicuramente ai tanti giovani che al giorno d’oggi soprattutto dal Sud e dal Salento compiono la scelta di partire per allargare i propri orizzonti, perché, nonostante siano muniti di “pezzi di carta” che attestano la propria preparazione, in Italia non ci sarà mai nessuno che li metterà in condizioni di poter dimostrare ciò che valgono. “Tu non conosci il sud” è Vittorio Bodini che sovrappone la storia collettiva a quella individuale, è l’uscire “al sole come numeri dalla faccia di un dado”, la precarietà del lavoro, il dover superare l’esteriorità, l’ostentazione, l’oltranza decorativa, il barocco inteso come condizione dello spirito in cui si riflette un disperato senso del vuoto. Ecco che il canto, da una iniziale sommessa lettura si inerpica sulle montagne e diviene grido che si infrange sui decori della chiesa del Rosario. E riecheggia, lancinante.
In “Quando tornai al mio paese del Sud” c’è un senso di ritorno molto duro, quasi doloroso. Come hai lavorato per non renderlo retorico?
A volte ci affanniamo a cercare significati in direzioni esterne a noi, in ciò che conosciamo ma sentiamo non appartenerci realmente. In “Quando tornai al mio paese del Sud” Bodini ci parla di un passato di appartenenza proiettato in un’identità formatasi altrove, lontano dalla propria terra. Quel passato diventa ingombrante e doloroso quando “si torna” nel paese immobile, silenzioso, un regno dell’incomunicabilità dove “i terribili polsi dei morti ogni volta rispuntano dalle zolle”. Il canto tenta disperatamente di allontanarsi e sollevarsi in questo spazio dell’anima che mescola amore e radici culturali, ma il senso del soffocamento e del conflitto interiore prevale nell’ultimo verso “…io mi sentivo morire”.
Il disco ha una forte identità, ma proprio per questo rischia di parlare a un pubblico più ristretto. È una cosa che hai considerato oppure no?
L’intenzione musicale di tutto l’album segue una linea espressiva intimistica che entra in simbiosi con la poesia, non limitandosi ad “accompagnare” il testo e il canto, ma cercando un’amplificazione dei significanti. È una strada espressiva che forse riprende le intenzioni dei lieder del Romanticismo, riproponendo una forma melodica caduta oggi in disuso a causa dei dettami mainstream, ma anche da molti orientamenti della musica colta. Ho cercato di immergermi in alcuni aspetti che caratterizzano la mia personalità e storia musicale, dal classico al jazz, ma in particolar modo la vena melodica della canzone italiana del Novecento, restando però sempre nel limite del fruibile: ecco una sfida possibile che oggi mi spinge a proporre musica.
Guardando alla tua carriera, questo album rappresenta un punto di arrivo o un passaggio verso qualcosa di ancora diverso?
Non credo che possa esistere per un musicista o artista in generale un punto di arrivo. Ogni “traguardo” raggiunto diventa sempre un lancio verso qualcosa, una connessione anche con linguaggi ed espressioni apparentemente distanti. D’altronde ho un costante obiettivo, molto semplice, anche se difficile da raggiungere: la comunicazione di ciò che costituisce la mia interiorità, la profondità, quello che attraverso la Musica diventa vivo e che solo per mezzo di essa può manifestarsi, modificarsi, rinnovarsi, proiettandosi in altre sensibilità. Ecco perché i linguaggi seguono un mutamento che è esso stesso, alfine, il percorso. Oggi sono attratto da possibilità espressive dove far coesistere sensazioni poetiche e futuristiche con sonorità elettroniche, sentieri in qualche modo già percorsi da grandi artisti, in un’apertura artistica e musicale ancor più totalizzante.
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