Ci siamo riuniti oggi a Kiev e a Bucha per commemorare le vittime delle atrocità di massa perpetrate a Bucha durante l'occupazione temporanea da parte della Russia di alcune zone della regione di Kiev nel 2022, e per ribadire il nostro impegno incrollabile a garantire che la Federazione Russa risponda pienamente di qualsiasi violazione del diritto internazionale commessa in Ucraina o contro l'Ucraina, compresa l'aggressione in violazione della Carta delle Nazioni Unite.Onoriamo la memoria di tutte le vittime del massacro di Bucha e di altre città, paesi e villaggi in tutta l'Ucraina, dove i civili sono stati sottoposti a uccisioni di massa, torture, violenze sessuali, deportazioni forzate e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Le prove raccolte in seguito al ritiro delle forze russe sottolineano l'imperativo di garantire una piena e completa responsabilità.Ribadiamo il nostro impegno a garantire il pieno riconoscimento delle responsabilità per i crimini di guerra e gli altri gravi crimini commessi in relazione alla guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina. In questo contesto, accogliamo con favore i recenti progressi compiuti nell'ambito del Consiglio d'Europa, con il sostegno dell'Unione europea, verso l'operatività del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l'Ucraina e l'istituzione della Commissione internazionale per le compensazioni per l'Ucraina. Esprimiamo inoltre il nostro sostegno alle indagini della Corte penale internazionale sulla situazione in Ucraina e chiediamo la piena cooperazione di tutti gli Stati parte.Sottolineiamo che il riconoscimento delle responsabilità è un elemento indispensabile per una pace completa, giusta e duratura, nonché per il rispetto del diritto internazionale.In questo quinto anno di guerra di aggressione da parte della Russia, ribadiamo il nostro continuo, fermo e incondizionato sostegno all'indipendenza, alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Questa la dichiarazione congiunta dell'Alto Rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, con i ministri degli Esteri d'Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussembur1go, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ucraina.

Tutti costoro ritengono, e giustamente, un crimine di guerra quello di cui sono vittime 73 civili, rimasti uccisi durante il breve periodo di occupazione russa dell'area, cui si aggiungono le segnalazioni di ulteriori 105 omicidi.

Evidentemente ci sono morti che il mondo piange, e morti che il mondo ignora. Non perché siano meno morti, ma perché sono meno “utili”.

La commemorazione delle vittime di Bucha – sacrosanta, doverosa, necessaria – lo dimostra ancora una volta. Leader europei, ministri, dichiarazioni solenni, richiami al diritto internazionale, alla giustizia, alla responsabilità. Parole giuste. Parole che dovrebbero valere sempre.

E invece no.

Perché mentre a Kiev e Bucha si invoca – correttamente – il tribunale internazionale, la Corte penale, il diritto umanitario, altrove il silenzio è assordante. Altrove le vittime non meritano dichiarazioni congiunte, né vertici, né lacrime ufficiali. Altrove, semplicemente, non esistono.

Il punto non è mettere in discussione l'orrore di Bucha. È reale. È documentato. È un crimine. I civili uccisi, torturati, deportati durante l'occupazione russa devono avere giustizia. Nessuna ambiguità su questo.

Il punto è un altro: perché questo stesso rigore morale, giuridico e politico scompare quando le vittime sono palestinesi?

Dov'è la stessa indignazione quando interi quartieri vengono rasi al suolo? Dov'è la richiesta di tribunali internazionali quando migliaia di civili vengono uccisi sotto le bombe? Dov'è il richiamo alla Carta delle Nazioni Unite quando un popolo viene progressivamente espulso, frammentato, privato della propria terra, dei propri diritti, della propria dignità?

La risposta è scomoda, ma evidente: il diritto internazionale viene applicato a geometria variabile.

Nel caso ucraino, l'Europa si scopre custode inflessibile dei principi. Nel caso palestinese, quegli stessi principi diventano improvvisamente negoziabili, interpretabili, persino ignorabili. Non ci sono dichiarazioni congiunte per Gaza paragonabili a quelle su Bucha. Non ci sono mobilitazioni diplomatiche equivalenti. Non c'è – soprattutto – la stessa volontà politica di chiamare le cose con il loro nome.

Eppure i numeri, anche qui, parlano. Così come parlano le immagini, le testimonianze, i rapporti delle organizzazioni internazionali. Ma tutto questo sembra non bastare.

Perché?

Perché nel sistema delle relazioni internazionali non contano solo i diritti, ma gli equilibri. Non conta solo la giustizia, ma l'alleanza. Non conta solo la verità, ma chi la racconta e contro chi.

E allora succede che 73 civili uccisi a Bucha – più altri 105 casi segnalati – diventano giustamente un simbolo globale dell'orrore della guerra. Ma decine di migliaia di palestinesi trucidati dallo Stato ebraico di Israele, invece, non producono lo stesso effetto politico, mediatico, istituzionale. Non generano lo stesso consenso morale.

È qui che si apre una frattura pericolosa. Perché il diritto internazionale, per essere credibile, deve essere universale. Se diventa selettivo, perde la sua forza. Se viene usato solo contro alcuni e non contro altri, smette di essere diritto e diventa strumento.

E questa è la vera questione.

Non si tratta di scegliere tra vittime. Non si tratta di fare classifiche del dolore. Si tratta di pretendere coerenza. Se Bucha è un crimine – ed è un crimine – allora ogni massacro di civili lo è. Senza eccezioni. Senza alleanze che tengano. Senza doppi standard.

Altrimenti, le commemorazioni diventano rituali vuoti. E la giustizia, semplicemente, non è più giustizia.