Mancano pochi giorni alla scadenza del 30 giugno fissata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e la corsa per rendere operative le Case di Comunità entra nella sua fase decisiva. Dopo anni di annunci, conferenze stampa, rendering patinati e inaugurazioni in pompa magna, il Governo si trova ora davanti a una scoperta sorprendente: per far funzionare una struttura sanitaria non bastano muri, insegne e tagli di nastro. Servono anche i medici.

Può sembrare un dettaglio secondario, ma è proprio questo il problema che oggi rischia di trasformare una delle principali riforme sanitarie finanziate dal Pnrr in un gigantesco esercizio immobiliare. Molte Regioni hanno ormai completato o stanno completando le nuove Case di Comunità previste dal piano europeo. Gli edifici ci sono, le stanze anche, gli arredi stanno arrivando. Quello che continua a mancare è il personale necessario per garantire i servizi che avrebbero dovuto rappresentare il cuore della riforma.

A certificare la difficoltà è stato lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, intervenuto durante l'evento “Healthcare & Pharma Talk” a Roma. Il ministro ha annunciato che il Governo sta valutando di superare le incompatibilità che oggi impediscono ai medici ospedalieri di svolgere ulteriori attività dipendenti o convenzionate all'interno del Servizio sanitario nazionale.

Tradotto dal linguaggio ministeriale: poiché nelle Case di Comunità mancano specialisti, l'esecutivo sta pensando di chiedere ai medici che già lavorano negli ospedali di coprire anche quei servizi nel tempo libero, fuori dall'orario ordinario e su base volontaria.

«Ci servono altri specialisti», ha spiegato Schillaci. Una frase apparentemente banale che però racconta meglio di qualsiasi slogan il vero stato della sanità territoriale italiana nel 2026. Dopo anni di presunta programmazione, miliardi di euro investiti e una riforma presentata come la rivoluzione della medicina di prossimità, il problema fondamentale resta esattamente quello denunciato da sindacati, associazioni professionali e operatori sanitari fin dall'inizio: non ci sono abbastanza professionisti.

Il paradosso è evidente. Il Governo Meloni si trova a gestire gli effetti di una programmazione che ha concentrato l'attenzione sugli edifici e molto meno sulle persone che avrebbero dovuto lavorarci dentro. Costruire una struttura è relativamente semplice: si stanziano fondi, si assegnano appalti e si inaugurano i cantieri. Formare uno specialista richiede invece anni di studio, percorsi universitari, scuole di specializzazione e soprattutto una programmazione lungimirante.

Così oggi il rischio che aleggia sulle Case di Comunità è quello delle cosiddette “cattedrali nel deserto”: edifici nuovi e moderni che però faticano a garantire servizi adeguati per mancanza di personale. Un'espressione che il Governo evita accuratamente di utilizzare, ma che sempre più osservatori ritengono appropriata per descrivere una parte del progetto.

L'idea lanciata da Schillaci punta quindi a utilizzare le professionalità già presenti negli ospedali. Gli specialisti potrebbero operare nelle Case di Comunità al di fuori del normale orario di lavoro, contribuendo a coprire i vuoti di organico senza attendere concorsi e assunzioni che richiederebbero tempi incompatibili con le scadenze europee.

La proposta appare pragmatica ma solleva anche interrogativi non trascurabili. Da anni medici e operatori denunciano carichi di lavoro elevati, turni sempre più pesanti e crescenti difficoltà organizzative. La soluzione individuata dal Governo sembra dunque basarsi sull'idea che chi è già sotto pressione possa semplicemente lavorare ancora di più. Una strategia che ricorda quella di chi, accorgendosi di aver costruito una nave senza abbastanza marinai, decide di chiedere all'equipaggio esistente di fare doppi e tripli turni.

La questione assume un'importanza ancora maggiore perché le Case di Comunità rappresentano il simbolo della nuova sanità territoriale. Nelle intenzioni originarie dovrebbero offrire visite specialistiche, assistenza ai pazienti cronici, attività di prevenzione e servizi integrati capaci di ridurre il ricorso agli ospedali e ai pronto soccorso. Un modello che sulla carta appare condivisibile e necessario, soprattutto in un Paese che invecchia rapidamente.

Ma proprio il confronto tra teoria e realtà evidenzia le fragilità dell'intero progetto. Per mesi il dibattito politico si è concentrato sulle scadenze del Pnrr, sul numero delle strutture da realizzare e sulle percentuali di avanzamento dei lavori. Molto meno spazio è stato dedicato alla domanda più semplice e più importante: chi ci lavorerà?

Oggi quella domanda torna prepotentemente al centro della scena. E la risposta fornita dal Ministero della Salute sembra confermare che una soluzione strutturale non è ancora stata trovata. Più che una pianificazione a lungo termine, l'impressione è quella di una corsa contro il tempo per rispettare gli obiettivi europei e impedire che le nuove strutture restino vuote proprio nel momento in cui dovrebbero entrare a pieno regime.

Il rischio, infatti, è che il successo venga misurato contando gli edifici inaugurati anziché i servizi realmente erogati ai cittadini. Una tentazione molto italiana: celebrare il completamento delle opere e rimandare a dopo il problema del loro funzionamento.

Con il 30 giugno ormai alle porte, il Governo Meloni cerca dunque una soluzione d'emergenza per evitare che il grande investimento sulla sanità territoriale si trasformi in un gigantesco catalogo di edifici nuovi ma scarsamente utilizzati. La vera prova, però, inizierà dopo le inaugurazioni. Perché i cittadini non hanno bisogno di strutture belle da fotografare nei comunicati stampa, ma di medici, specialisti e servizi realmente disponibili quando ne hanno bisogno.

Ed è proprio su questo terreno che si misurerà il successo o il fallimento di una riforma che, almeno finora, sembra aver scoperto solo all'ultimo momento che la sanità non è fatta di cemento, ma di persone.