All'indomani dell'Unità d'Italia, la medicina territoriale poggiava sulle spalle del medico condotto. La sua giornata cominciava all'alba nella casa della condotta, fornita dal Comune. Nel pomeriggio si spostava a piedi o a cavallo per assistere i malati nei casolari isolati.

Il primo cambiamento avvenne con la legge Pagliani-Crispi del 1888 che trasformò questo professionista in un pubblico ufficiale responsabile dell'igiene locale, attivo nel contrasto alle epidemie e alla mortalità post partum.

Con il Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934, questa attività di pubblico ufficiale si estese e il medico condotto divenne il motore operativo di massicce campagne sanitarie. In prima linea contro la malaria, gestiva la distribuzione del chinino di Stato.
Nei consultori dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) si occupava della tutela della natalità e della protezione delle donne madri per abbattere la mortalità infantile. Vigilava inoltre sulla profilassi della tubercolosi, ispezionava le scuole ed eseguiva rigidi controlli sulle condizioni igieniche di esercizi pubblici e cantieri edili.

Nel secondo dopoguerra l'urbanizzazione diede vita al mitologico medico della mutua, immortalato dal cinema di Alberto Sordi: un sistema in cui l'assenza di tetti di spesa e di controlli centralizzati mandò letteralmente in fallimento le casse mutue.
Nel 1974 lo Stato dovette intervenire pesantemente per ripianare i debiti colossali accumulati dagli enti con gli ospedali, pervenendo alla storica legge 833 del 1978, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale.

La nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 rese l'accesso a esami e specialisti era quasi totalmente libero: i cittadini potevano rivolgersi direttamente alle strutture pubbliche, generando una forte pressione sugli ospedali e una spesa pubblica fuori controllo. 
Circa dieci anni dopo, per salvare il sistema dal collasso finanziario, lo Stato istituì il 'servizio sanitario universale' con il decreto legislativo 502 del 1992, che in realtà esternalizzava il servizio essenziale della medicina di base, affidandolo a liberi professionisti pagati a quota capitaria e che avevano anche il ruolo di gatekeeper:  fare da filtro per contenere l'accesso a esami e ospedali.

Oggi questo modello di professionista isolato nel proprio studio  e di gestione esternalizzate mostra i suoi limiti: invece di porre argine alla frammentazione delle cure, ne diventa fattore attivo.
Negli anni, il gatekeeping si è parzialmente trasformato in un pesante carico burocratico, dove il medico spende molto tempo a compilare ricette, autorizzazioni e certificati informatici, mentre l'assistito si ritrova con tempistiche epocali e senza un coordinamento seppur minimo del percorso.

Oggi il Decreto Ministeriale 77 (legato ai fondi del PNRR) riconosce che il medico di base non può più fare il "guardiano" da solo. L'obiettivo attuale del governo è inserire il medico all'interno delle Case di Comunità.
In questo modo, l'accesso a esami e specialisti viene gestito in équipe con infermieri e altri professionisti della struttura pubblica, trasformando il vecchio "filtro" burocratico individuale in una presa in carico collettiva del paziente cronico.

Il sistema delle Case di Comunità, per team trasversali, non è però attuabile in un sistema di professionisti convenzionati, per altro tradizionalmente abituati ad organizzare il proprio tempo in autonomia e senza interazioni con altri colleghi.
Viceversa, l'integrazione nel pubblico impiego consente alle ASL di armonizzare l'attività territoriale, valorizzando il lavoro dei medici all'interno di una rete strutturata e condivisa.
Il contratto di dipendenza agevola la pianificazione oraria nelle Case di Comunità, promuovendo la collaborazione multidisciplinare e l'adozione di protocolli clinici uniformi. Questa sinergia allinea l'azione dei professionisti agli obiettivi di salute regionali, ottimizzando i percorsi assistenziali e la continuità della cura per il cittadino.