Il Tabù della Carne. Lacerazioni private, fedi mutilate e desiderio come arma: l’opera più crudele di Daniela Di Benedetto
Isabella Almirani non entra in scena: irrompe.
Lo fa nel silenzio della sua villa palermitana, dove ogni oggetto sembra attendere un ordine da lei, non per servire, ma per essere violato, piegato, consumato. La donna non conosce la fede, non ne ricerca il conforto, non ne teme la punizione: la attraversa con l’indifferenza di chi ha sempre barattato il senso con l’estetica. Quando desidera, non desidera un corpo: desidera la potenza che quel corpo le restituisce. E nel suo sguardo, il giovane cuoco indiano Krisna è soprattutto questo: una fiamma, un modello, un sacrificabile.
È qui che la narrazione di Daniela Di Benedetto inchioda il lettore:
non nel triangolo amoroso, ma nel triangolo delle gerarchie invisibili.
Krisna non è solo un uomo innamorato, è un devoto intrappolato. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni contatto carnale viene filtrato dalla minaccia della reincarnazione. Isabella lo desidera; lui desidera lei; ma la sua religione gli costruisce attorno una gabbia fatta di interdizioni, castità forzata, timore cosmico. Non ci sono sfumature: il tradimento di una regola è la condanna a rinascere animale. Il peccato non ha forma etica: ha zanne, artigli, sudiciume.
Così, mentre Isabella spinge, manipola, strattona il fragile edificio morale dell’uomo, Krisna si sfalda come un altare che prende fuoco dall’interno.
A spezzare la simmetria entra Naima, tunisina, una donna che porta sul corpo non una fede, ma il punto esatto in cui la fede è crollata. Non rinnega per ribellione: rinnega per sopravvivenza. Quando urla a Krisna che non c’è Dio, né il suo, né quello cristiano, né Allah, non parla da atea; parla da testimone del nulla. Il suo grido non nega: amput* a*.
E qui la scrittura diventa chirurgica:
tre persone, tre appartenenze, tre reliquie di culture che non comunicano più con gli esseri umani che le incarnano.
Isabella usa il desiderio come un falò.
Krisna usa la religione come un’armatura che si rivela una catena.
Naima usa la disillusione come un veleno che protegge e brucia.
La villa diventa allora un organismo vivente, un laboratorio di collisioni, dove il cibo – la carne proibita, la carne desiderata, la carne negata – è il vero baricentro simbolico. La carne che si mangia, la carne che si tocca, la carne che si evita, la carne che si teme. Nessuno dei tre la vive allo stesso modo, e questo è il punto: la carne è l’unico linguaggio condiviso, ma non capito.
La domanda che striscia sotto ogni capitolo non è se la religione sia positiva o negativa. È molto più feroce:
quanta parte dell’essere umano sopravvive quando la propria identità religiosa viene manipolata, tradita, o amputata?
Di Benedetto non offre sollievo:
Krisna si consuma perché crede.
Naima perché non crede più.
Isabella perché non crede mai.
La tragedia non è la differenza culturale:
è ciò che resta quando la cultura diventa un’arma.
E alla fine, nessuno mangia la carne senza esserne mangiato.