C’è chi, dopo una delusione sportiva, fa autocritica. E poi c’è chi, come una certa parte del mondo Inter, preferisce iscriversi direttamente al campionato mondiale dei piagnistei, disciplina in cui l’Italia del calcio – almeno quella tinta di nerazzurro – continua a eccellere anche dopo l’eliminazione mondiale patita con la Bosnia.

La sconfitta nello spareggio mondiale non ha solo mandato a casa la Nazionale: ha riaperto il sipario sul melodramma interista, un genere teatrale che non conosce crisi. Il protagonista? Sempre lui, Alessandro Bastoni, autore di una sceneggiata da manuale che ha portato all’espulsione di Pierre Kalulu in un Inter‑Juventus decisiva. Invece di un minimo di mea culpa, dall’ambiente nerazzurro sono arrivate spallucce, controaccuse e perfino tentativi di ribaltare la realtà. E quando lo stesso Bastoni è stato espulso nello spareggio mondiale, contribuendo all’eliminazione azzurra, ecco che si è scatenata la gara a chi lo dipingeva più fragile, più traumatizzato, più vittima. Qualcuno gli ha persino consegnato un premio istituzionale, roba che sembrava uscita da “Lercio” ma, purtroppo, era tutto vero.

Accanto a lui, come in ogni buona commedia, c’è la spalla perfetta: Federico Di Marco, interista “dentro”, uno che gode più per le disgrazie altrui che per le vittorie proprie. Le sue esultanze per il passaggio ai rigori della Bosnia contro il Galles sono già un 'cult', soprattutto perché il karma ha poi presentato il conto con gli interessi. E come dimenticare Francesco Acerbi, passato dalle minacce ai tifosi dopo la finale di Champions alle prediche sulla sportività.
Il tutto condito da un ambiente che, nonostante un campionato in cui arbitri e VAR hanno spesso sorriso ai colori nerazzurri, continua a parlare di complotti, furti, ingiustizie. Una tradizione che parte da Massimo Moratti, passa per le manette di José Mourinho e arriva fino a Cristian Chivu, finora apparentemente vaccinato rispetto all'ambiente interista ma adesso capace di evocare “gogne mediatiche” e “odio verso chi è primo”.

Il risultato è un paradosso tutto italiano: chi si sente sempre perseguitato è spesso il più protetto. E così l’Inter continua a vivere nella sua bolla, dove ogni critica è un affronto e ogni errore un complotto. Un habitat perfetto per generare giocatori, tecnici e tifosi convinti che il mondo ce l’abbia con loro. E guai a dirgli il contrario.