Lo scontro politico tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Elon Musk, a capo anche di SpaceX, non è solo una querelle personale. Le recenti minacce di Trump di interrompere i contratti governativi con le aziende di Musk rivelano una realtà inquietante: oggi la NASA e la Difesa americana sono profondamente dipendenti dall'ecosistema SpaceX. E se questa interdipendenza dovesse rompersi, l'intero impianto spaziale e strategico statunitense rischierebbe di andare in crisi.

Il primo e più immediato effetto sarebbe sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Attualmente, la capsula Crew Dragon di SpaceX è l'unico mezzo americano abilitato al trasporto di astronauti e rifornimenti verso la ISS. Senza di essa, la NASA dovrebbe tornare a comprare costosi biglietti sulla navicella russa Soyuz — oltre 90 milioni di dollari a posto — come già accaduto dopo il pensionamento degli Space Shuttle. La Soyuz, però, ha capacità limitate: trasporta solo tre persone per volta. Il risultato? Meno astronauti americani operativi sulla ISS e minore capacità di gestire esperimenti, manutenzione e operazioni scientifiche.

Alternative? Quasi zero. Dal 2020, la NASA ha tentato di diversificare i propri fornitori per evitare il monopolio di SpaceX. Tentativo fallito. La capsula Starliner di Boeing è ancora alle prese con gravi ritardi e problemi tecnici: l'ultima missione ha lasciato due astronauti bloccati sulla ISS per nove mesi in più del previsto, costringendoli a rientrare con una capsula SpaceX. Northrop Grumman, che fornisce la navetta cargo Cygnus per i rifornimenti, ha dovuto cancellare l'ultima missione per danni strutturali durante il trasporto. Quanto al Dream Chaser di Sierra Space, non ha ancora effettuato un solo volo.

E non è tutto: a SpaceX è stato affidato anche il compito di smantellare la ISS e guidarne il rientro controllato sulla Terra dopo il 2030. Senza la collaborazione di Musk, anche la chiusura della stazione diventerebbe un problema.

SpaceX ha in mano anche le chiavi per il ritorno dell'uomo sulla Luna. Il programma Artemis 3 della NASA — la prima missione a riportare astronauti sul suolo lunare — si basa sulla versione lunare della Starship, il razzo più potente mai costruito. Blue Origin di Jeff Bezos, con il lander Blue Moon, dovrebbe entrare in gioco solo dal 2029 in avanti, ammesso che non ci siano ulteriori ritardi.

Ironia della sorte, proprio Trump aveva ipotizzato in passato di ridurre i fondi al programma Artemis per concentrare gli sforzi su Marte, assecondando le visioni "marziane" di Musk. Oggi, però, l'ex Presidente è pronto a segare il ramo su cui gli Stati Uniti si sono seduti, minacciando di distruggere la stessa infrastruttura spaziale che aveva sostenuto.

E non si tratta solo di esplorazione spaziale. SpaceX è il principale vettore di lancio per i satelliti scientifici e militari americani. Gestisce anche la rete Starlink, che il Pentagono utilizza per comunicazioni sicure, ad esempio tra le navi da guerra della Marina. Cancellare i contratti con Musk significherebbe lasciare scoperti anche interi settori della difesa e dell'intelligence USA.

L'intreccio tra SpaceX, NASA e Difesa è oggi talmente profondo che rompere uno solo di questi legami rischia di far crollare l'intero castello. L'idea che la politica interna — e in particolare una vendetta personale tra due egomaniaci — possa far deragliare decenni di progresso scientifico e indebolire la sicurezza nazionale, suona come un paradosso. Ma è esattamente ciò che sta succedendo.

E se la faida Trump-Musk dovesse passare dalle parole ai fatti, gli Stati Uniti rischiano di perdere non solo il primato nello spazio, ma anche la propria autonomia strategica.